Il cargo aereo scommette sulla tregua del Golfo tra attese e prudenza
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
L’annuncio della tregua tra Stati Uniti e Iran, reso noto nei primi giorni di aprile 2026, ha subito acceso un barlume di ottimismo nel settore del trasporto aereo merci, messo a dura prova da settimane di tensioni sui corridoi mediorientali. Secondo l’analisi condotta da Xeneta, la graduale riduzione delle restrizioni nello spazio aereo del Golfo potrebbe finalmente riportare un po’ di ossigeno a un comparto che, come evidenziano i dati, ha subito una contrazione drastica della capacità proprio sulle rotte più battute. Tuttavia, avvertono gli analisti, il ritorno ai livelli operativi precedenti al conflitto – quelli che garantivano fluidità e costi contenuti – non sarà né immediato né scontato, richiedendo un lasso di tempo stimato tra uno e due mesi, necessario per ricostruire una fiducia ormai logorata. Le ripercussioni della crisi, del resto, sono state tutto fuorché marginali: la capacità logistica via aereo sull’asse Asia-Europa è crollata del 40% secondo alcune stime di settore, un dato che ha fatto impennare le tariffe spot in modo quasi verticale, con incrementi a volte superiori al 100% su tratte come quella dal Sud Asia verso l’Europa.
L’incognita Easa e il rinvio della normalizzazione
Nonostante il cessate il fuoco, la prudenza resta la parola d’ordine per le autorità di vigilanza. L’Agenzia dell’Unione europea per la sicurezza aerea (EASA) ha infatti scelto di non abbassare immediatamente la guardia, prorogando formalmente la validità del Bollettino Informativo sulle Zone di Conflitto (CZIB) fino al prossimo 24 aprile. Con questo provvedimento, l’ente raccomanda ancora alle compagnie di evitare lo spazio aereo del Medio Oriente e del Golfo, un’indicazione che continua a pesare come un macigno sulle pianificazioni operative dei vettori. Si tratta di un segnale ambiguo, se letto in controluce rispetto all’ottimismo della tregua, ma che riflette la fragilità di un equilibrio geopolitico ancora soggetto a scossoni improvvisi. Per gli operatori cargo, questo significa dover continuare a convivere con rotte alternative più lunghe e costose, aggirando ampie fette di territorio sorvolato da missili e contromisure militari, con il conseguente aumento dei consumi di carburante – un elemento, quest’ultimo, che incide per circa un quarto o un terzo sui costi operativi totali di una compagnia.
Air France e il segnale delle cancellazioni prolungate
La cautela delle istituzioni trova un riscontro concreto nelle scelte operative dei principali vettori internazionali. Air France, la compagnia di bandiera francese, ha comunicato la decisione di prolungare la sospensione dei voli da e per Tel Aviv fino al 3 maggio, estendendo lo stop – sebbene per ragioni operative dichiarate – anche ai collegamenti per Beirut, Dubai e Riyadh. La scelta, motivata ufficialmente con la situazione della sicurezza nelle destinazioni e con la persistente chiusura di alcuni spazi aerei, suggerisce che, per i grandi player dell’aviazione, il ritorno alla normalità non è ancora all’orizzonte. Anzi, questo prolungamento aggrava la pressione sulla supply chain globale: ogni volo passeggeri cancellato, spiegano gli esperti, è anche capacità di stiva per le merci che viene meno, costringendo gli spedizionieri a cercare soluzioni su rotte sempre più sature e costose.
L’impatto strutturale sui traffici e la lenta ripartenza
Il quadro che emerge è quello di un sistema logistico a due velocità. Da un lato, la tregua apre uno spiraglio per la de-escalation, e il conseguente calo del prezzo del carburante per jet – se confermato – potrebbe contribuire ad alleviare il peso specifico dei noli. Dall’altro, però, la riattivazione completa degli hub del Golfo, fondamentali per lo smistamento globale di elettronica, farmaceutici e tessile, si scontrerà con la burocrazia assicurativa e la riluttanza dei piloti a rientrare in aree considerate “calde” solo poche settimane fa. Le limitazioni imposte durante il culmine del conflitto hanno compresso l’offerta a livelli talmente bassi che, anche rimuovendo oggi le barriere, il sistema impiegherà settimane per riassorbire il backlog di merci in attesa. E così, mentre i caricatori sperano in un alleggerimento delle tariffe – aumentate dell’87% sull’Europa-Medio Oriente – i vettori sembrano intenzionati a mantenere i prezzi elevati finché la durata della tregua non si rivelerà più che una semplice pausa nella tempesta.




