Il rialzo delle Borse europee e l'attesa per le banche centrali, il petrolio scende ma resta alto

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Le principali piazze finanziarie del Vecchio continente, dopo aver chiuso la seduta precedente in netto rialzo spinte dalle speranze di una de-escalation nel conflitto in Iran, si apprestano a vivere un'altra giornata all'insegna degli acquisti, sebbene l'entusiasmo iniziale tenda a ridimensionarsi con il passare delle ore. A Milano, il Ftse Mib, che aveva addirittura superato il punto percentuale di guadagno, si attesta ora su una crescita più moderata dello 0,53%, un andamento questo che trova riscontro anche a Parigi, Francoforte, Madrid e Londra, dove gli incrementi oscillano tra lo 0,66% e lo 0,12%, mentre Amsterdam si mantiene sostanzialmente sulla parità. A sostenere i listini, come evidenziano gli analisti, contribuisce in particolare il comparto bancario, con l'indice Euro Stoxx di settore che mette a segno un +2%, e i titoli industriali, in rialzo dell'1,75%, oltre al settore del lusso che guadagna l'1%. Il vero fulcro dell'attenzione degli investitori, tuttavia, si sta progressivamente spostando dagli sviluppi mediorientali alle prossime mosse delle banche centrali: in serata è atteso il verdetto della Federal Reserve americana, mentre domani sarà la volta della Banca Centrale Europea. Gli operatori, pur non aspettandosi variazioni sui tassi di interesse in entrambi i casi, scruteranno con attenzione i comunicati ufficiali e le parole dei rispettivi vertici, Jerome Powell e Christine Lagarde, alla ricerca di indizi su come l'istituto statunitense e quello europeo intendano valutare l'impatto delle tensioni geopolitiche e delle politiche commerciali, in particolare quelle legate all'amministrazione Trump, sulle prospettive di crescita e sull'inflazione.

Parallelamente al buon andamento dei mercati azionari, si registra un lieve calo del prezzo del petrolio, che, dopo aver toccato i 106 dollari al barile due giorni fa, si riporta sui livelli della vigilia, con il Brent scambiato intorno ai 103,5 dollari. Una flessione che gli esperti riconducono principalmente all'accordo raggiunto tra il governo iracheno e quello regionale del Kurdistan iracheno, volto a riprendere le esportazioni di greggio attraverso l'oleodotto che conduce al porto turco di Ceyhan. Questa intesa, di fatto, apre un'alternativa strategica allo stretto di Hormuz, da sempre uno dei punti nevralgici e più caldi per il transito delle materie prime energetiche, contribuendo così a mitigare le preoccupazioni legate a eventuali blocchi o interruzioni delle forniture causati dalle ostilità nella regione. Nonostante questo lieve assestamento verso il basso, va comunque ricordato che il prezzo del greggio rimane su livelli storicamente elevati se paragonato ai poco più di 70 dollari a cui era scambiato alla vigilia dell'attacco all'Iran, segno che la tensione sul fronte energetico è tutt'altro che rientrata.

Il prezzo del gas in calo e lo sguardo rivolto alla Fed

Anche il mercato del gas naturale mostra segnali di stabilizzazione, con le quotazioni che scendano a 49,9 euro al megawattora, facendo registrare un calo del 3%. Un dato, questo, che segue un periodo di forte volatilità, se si considera che alla fine di febbraio il prezzo era fermo a 31 euro e che, nelle ultime settimane, aveva subito improvvise impennate. Il ribasso di oggi potrebbe essere interpretato come un ritorno a una certa normalità dopo i picchi raggiunti, sebbene il mercato resti estremamente sensibile a qualsiasi notizia proveniente dai fronti di crisi internazionali. L'attenzione, comunque, è già tutta proiettata oltre oceano, dove la Federal Reserve è chiamata a esprimersi sul costo del denaro. L'aspettativa unanime è per una conferma dei tassi, ma ciò che realmente muoverà i mercati nelle prossime ore saranno le previsioni economiche aggiornate e le indicazioni su quanto l'istituto guidato da Powell sia disposto a tollerare un'inflazione ancora sopra il target pur di non frenare un'economia che mostra i primi segni di rallentamento, anche a causa dell'incertezza generata dalle nuove politiche tariffarie.

Il conflitto in Medio Oriente e gli equilibri energetici

La ripresa delle esportazioni dal Kurdistan iracheno rappresenta una variabile non trascurabile in uno scenario mediorientale reso incandescente dalle recenti ostilità. L'intesa tra Baghdad e Erbil, che di fatto sblocca un flusso alternativo a quello passante per lo Stretto di Hormuz, offre un parziale ammortizzatore contro i rischi di un blocco generalizzato del traffico petrolifero nel Golfo Persico. È pur vero, però, che il greggio continua a mantenersi su valori elevati, a testimonianza di come i timori di un allargamento del conflitto, con il diretto coinvolgimento dell'Iran, tengano banco e inducano gli operatori a scontare un rischio geopolitico comunque alto. Gli occhi rimangono puntati sul Mar Rosso e sugli sviluppi della situazione a Gaza, dove la tregua appare sempre più fragile, fattori questi che potrebbero in qualsiasi momento ribaltare le attuali tendenze e riaccendere la fiammata dei prezzi.

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