Trump alla Knesset: le armi a Israele e l'economia come via per la pace
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Redazione Esteri
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Donald Trump, nel corso del suo discorso al parlamento israeliano, ha rievocato, con il suo stile caratteristico, le numerose richieste di armamenti avanzate da Benjamin Netanyahu. “Bibi mi ha chiamato così tante volte”, ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti, “chiedendomi di procurargli quest’arma, quell’arma, quest’altra arma; di alcune non ne avevo mai sentito parlare”. Trump, che ha sottolineato di aver fornito “le armi migliori”, ha poi aggiunto, con una battuta che ha sollevato l’assemblea, che “ci vogliono anche persone che sappiano come usarle. E ovviamente lui le ha usate molto bene”. Secondo la sua visione, quella forza militare, alimentata dalle forniture americane, ha reso Israele “forte e potente”, condizione che, in un ragionamento consequenziale, “alla fine ha portato alla pace”.
Il piano economico dietro la diplomazia
Dietro le dichiarazioni apparentemente estemporanee, che mescolano il faceto e il sostanziale, si cela però una strategia precisa, la quale, come un filo rosso, ha attraversato l’intera visita in Medio Oriente. L’alternativa proposta, da uomo d’affari qual è, sembra poggiare su un calcolo di convenienza: meglio la guerra o lo sviluppo economico? Ogni sua sfumatura, ogni lusinga o riferimento, in particolare nel discorso alla Knesset, rimandava all’idea che le prospettive per l’intera regione siano indissolubilmente legate alla finanza, agli investimenti e alla creazione di ricchezza. La pace, nella sua concezione, non nasce quindi solo da accordi politici, ma da un robusto sostegno materiale e da una crescita condivisa.
La dichiarazione di una guerra finita
Nel suo viaggio, che lo ha portato da Gerusalemme a Sharm el-Sheikh, Trump ha proclamato con decisione che “la guerra a Gaza è conclusa”, annunciando l’inizio di una “nuova era di pace in Medio Oriente”. L’accoglienza ricevuta dai parlamentari israeliani, alcuni dei quali sfoggiavano i caratteristici cappellini MAGA, è stata trionfale, segno di un momento politico percepito come storico. Le sue parole, tuttavia, si scontrano con una realtà complessa, dove le posizioni delle parti in causa restano distanti, poiché Israele non sembra intenzionato a lasciare la Striscia di Gaza e Hamas, dal canto suo, non mostra segnali di voler deporre le armi.
La questione della grazia per Netanyahu
Un altro elemento di rilievo emerso dalla visita riguarda la situazione giudiziaria del primo ministro israeliano. A bordo dell’Air Force One, Trump ha infatti spiegato ai giornalisti di aver ritenuto il suo discorso alla Knesset “il luogo perfetto” per chiedere pubblicamente al presidente Isaac Herzog di concedere la grazia a Netanyahu, il quale deve affrontare accuse di corruzione. Sulla ricostruzione di Gaza, infine, il presidente americano ha voluto precisare il suo approccio, dichiarando di non riferirsi a formule come “uno stato unico” o “due stati”, lasciando intendere un modello differente, ancora tutto da definire nei suoi contorni operativi.




