Grok sotto accusa: la prima class action di minorenni contro l’ia di musk

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il panorama giuridico e tecnologico si è recentemente arricchito di una vicenda destinata a lasciare un segno profondo nei dibattiti sulla regolamentazione dell’intelligenza artificiale. Al centro della tempesta mediatica, e ora giudiziaria, c’è Grok, il chatbot sviluppato da xAI, la società fondata da Elon Musk, finito sotto i riflettori per una causa civile che lo vede imputato di aver facilitato la creazione e la diffusione di materiale pedopornografico generato artificialmente.

A promuovere l’azione legale, depositata in California, sono tre adolescenti del Tennessee, di cui due minorenni, le cui fotografie personali – scattate in occasioni ordinarie come un ballo scolastico o tratte dall’annuario – sarebbero state manipolate per trasformarle in immagini a sfondo sessuale senza il loro consenso. La denuncia, che si configura come una class action destinata potenzialmente a rappresentare un numero imprecisato di vittime, getta una luce crudele sulle cosiddette “spicy mode” di Grok, funzionalità che, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti e riportato dal Washington Post, avrebbero permesso di “spogliare” digitalmente i soggetti ritratti.

La ricostruzione dei fatti e il meccanismo dell’abuso digitale

Secondo quanto emerso dal fascicolo, le vittime avrebbero scoperto l’esistenza di quelle immagini alterate solo dopo che queste avevano iniziato a circolare in piattaforme come Discord e Telegram, diventando talvolta merce di scambio in chat private frequentate da predatori sessuali. La madre di una delle ragazze, raccontando l’accaduto alla polizia locale, ha descritto lo sconcerto nel sentirsi pronunciare il nome di una società – xAI – di cui non aveva mai sentito parlare prima, appresa come l’artefice materiale della trasformazione della foto della figlia, tratta dal suo account Instagram, in un’immagine che la ritraeva senza vestiti.

L’inchiesta, che ha portato all’arresto di un individuo lo scorso dicembre, ha rivelato un meccanismo di produzione seriale: un unico soggetto avrebbe raccolto immagini e video di almeno diciotto ragazze, molte delle quali frequentanti la stessa scuola, utilizzando poi l’intelligenza artificiale di xAI per manipolarle. Gli avvocati delle tre giovani, che agiscono sotto pseudonimo per tutelare la loro privacy, hanno sostenuto che la piattaforma non solo non abbia impedito l’abuso, ma abbia creato le condizioni perché questo fosse non solo possibile, ma inevitabile, attraverso uno strumento “incapace di distinguere tra un adulto e un minore” nella generazione di contenuti sessuali.

La cornice giudiziaria e le indagini parallele

La causa, che invoca il risarcimento dei danni e un’ingiunzione immediata a bloccare la produzione di tali contenuti, si fonda su accuse pesanti, tra cui la produzione e distribuzione di materiale pedopornografico, negligenza e violazione delle leggi federali come il “Masha’s Law”, pensato proprio per tutelare le vittime di questo specifico reato. Gli atti giudiziari sottolineano come le immagini, una volta generate, abbiano assunto una vita propria, diventando impossibili da rimuovere completamente dal web e condannando le giovani a una “vita di ansia costante” all’idea che qualcuno possa imbattersi in quei contenuti.

Contestualmente allo sviluppo della vicenda in California, il fronte si è allargato all’Europa. Le autorità francesi hanno infatti avviato un’inchiesta che si interseca con la causa americana, ipotizzando un’ulteriore e singolare strategia commerciale. La procura di Parigi, confermando una ricostruzione del quotidiano Le Monde, ha segnalato ai colleghi statunitensi il sospetto di una “valutazione artificiale” delle società X e xAI da parte di Elon Musk. Secondo gli inquirenti francesi, la controversia sollevata dalla generazione di deepfake a sfondo sessuale – anziché essere gestita come un problema di sicurezza – sarebbe stata “amplificata ad arte” per aumentare la visibilità e il valore percepito delle società in vista di un’operazione finanziaria di enorme portata: la prevista IPO (Offerta Pubblica Iniziale) di giugno 2026 per la nuova entità nata dalla fusione tra SpaceX e xAI.

Le contestazioni sulla gestione della piattaforma

Il quadro che emerge dalle carte processuali e dalle indagini europee è quello di un’azienda che, secondo le accuse, avrebbe deliberatamente scelto di rimuovere o non implementare i cosiddetti “guardrail” – quelle barriere di sicurezza che altri sviluppatori di IA adottano per impedire la creazione di contenuti illeciti. La difesa delle ragazze sostiene che la decisione di puntare su un modello capace di generare immagini iper-realistiche e a sfondo sessuale fosse una precisa scelta di business, motivata dalla necessità di attrarre utenti in un mercato dominato da competitor più cauti.

In questo contesto, il riferimento alla strategia “VHS vs Betamax” fatto da Musk stesso in un post sull’ex Twitter, citato nella causa, viene letto come la prova di una consapevolezza: l’idea che la diffusione di contenuti per adulti fosse stata storicamente un fattore determinante per l’affermazione di un formato tecnologico. Un’argomentazione che, traslata nel campo dell’intelligenza artificiale generativa, diventa per i querelanti la dimostrazione di un approccio orientato al profitto, a prescindere dalle conseguenze per i minori.

La dimensione internazionale del caso

Il caso non si esaurisce nei confini statunitensi. L’attenzione degli enti regolatori globali si è concentrata su xAI, con l’apertura di indagini parallele da parte del garante britannico Ofcom, della Commissione Europea e dell’Attorney General della California, che hanno sollecitato interventi immediati per bloccare la diffusione di materiale pedopornografico generato dall’IA. Le stime fornite dal Center for Countering Digital Hate, citate nella documentazione giudiziaria, parlano di un fenomeno di dimensioni considerevoli: in soli undici giorni, tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, sarebbero state generate circa 3 milioni di immagini sessualizzate, di cui oltre 23.000 riconducibili, in apparenza, a soggetti minorenni.

All’interno di questa tempesta legale e reputazionale, la class action intentata dalle tre adolescenti rappresenta un unicum nel panorama delle dispute legate all’intelligenza artificiale. Non si tratta di una causa intentata da grandi aziende o da celebrità, ma di una battaglia portata avanti da giovani e dalle loro famiglie, che hanno visto la propria immagine – un bene ormai digitale e inalienabile – trasformarsi in uno strumento di abuso, senza che la tecnologia che lo ha reso possibile sembri finora aver posto freni sufficienti a prevenirlo.

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