Addio a Giuseppe Nappi, lo scienziato che cambiò lo studio delle cefalee dal laboratorio del Mondino

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Se n’è andato a 86 anni il professor Giuseppe Nappi, e con lui la neurologia italiana perde non solo un accademico di razza, ma quell’anima interdisciplinare che per decenni ha tenuto insieme la ricerca di base e il coraggio di guardare oltre i manuali. Napoletano d’origine, pavese d’adozione – era nato a Liveri, alle falde del Vesuvio, nel 1939 – Nappi ha costruito la sua eredità scientifica lontano dal rumore delle capitali, dentro le stanze della Fondazione Casimiro Mondino di Pavia, istituto nazionale di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs) che lui stesso ha contribuito a proiettare sulla scena internazionale. Non si trattava, nel suo caso, di semplice carriera ospedaliera; era una visione organica delle patologie della serie “Sistema Nervoso – Mente”, un approccio che oggi definiremmo olistico, ma che allora richiedeva una tenacia quasi artigianale.

Il pioniere silenzioso che legò gli ormoni femminili alla prevenzione delle demenze

Per oltre quarant’anni, e cioè da molto prima che se ne parlasse con l’enfasi delle mode scientifiche, Nappi ha studiato le malattie del sistema nervoso senza separare il dato clinico da quello biologico-sociale. Le sue ricerche sulle cefalee – campo in cui è stato un fondatore riconosciuto a livello globale – lo hanno portato a esplorare territori allora inesplorati: il ruolo degli ormoni femminili nella prevenzione, per esempio, di demenze e del morbo di Alzheimer. Fu lui a intuire, con un lavoro certosino iniziato nei primi anni Ottanta, che la cefalea non era un “disturbo minore” ma un finestra privilegiata sul funzionamento del sistema nervoso centrale. E da quell’intuizione, che molti colleghi giudicavano allora eccessivamente ardita, nacque un filone di studi che ha cambiato le linee guida terapeutiche in mezza Europa.

Da Liveri al Mondino, il lungo viaggio di un neurologo che non amava i riflettori

Classe 1939, Nappi non ha mai dimenticato la terra che lo aveva formato, quel Sud che avrebbe voluto traghettare verso una modernità scientifica più equa. Eppure fu a Pavia, nella Fondazione Casimiro Mondino, che trovò il luogo ideale per mettere a frutto la sua doppia anima: ricercatore rigoroso e clinico empatico. Ne fu direttore scientifico per molti anni, contribuendo a fare dell’istituto un centro di riferimento mondiale per lo studio del Parkinson e delle cefalee, patologie che lui trattava come due facce della stessa medaglia neurodegenerativa. Non cercava la notorietà, chi lo ha conosciuto lo descrive come un uomo schivo, capace però di infiammare una sala congressi con una frase incidentale che ribaltava decenni di certezze. Una delle sue eredità meno raccontate, ma forse la più incisiva, è proprio questa capacità di tenere insieme la statistica e il racconto del paziente.

Una vita dedicata alla scienza senza mai cedere alla spettacolarizzazione

La notizia della sua scomparsa, diffusa dalla stessa Fondazione Mondino Irccs, ha riacceso i riflettori su una carriera che avrebbe meritato molto più spazio sui media generalisti. Ma Nappi, va detto, ha sempre evitato con cura ogni forma di celebrazione vuota. Preferiva i laboratori alle conferenze stampa, i dati grezzi alle dichiarazioni di circostanza. E proprio per questo la sua autorevolezza, nel mondo delle neuroscienze, era indiscussa: non si appoggiava a nessun potere accademico se non a quello dei fatti misurati e ripetuti. Dalle prime ricerche sulle emicranie ormonali fino agli studi sul Parkinson in chiave interdisciplinare, il suo tratto distintivo è stato un rifiuto netto di ogni semplificazione. Anche nelle fasi più acute della malattia che lo ha portato via – e di cui non si conoscono dettagli pubblici – si dice abbia continuato a leggere articoli scientifici, quasi a voler verificare fino all’ultimo che la strada tracciata fosse ancora quella giusta. Oggi il Mondino perde il suo faro storico, e la neurologia italiana chiude un capitolo che difficilmente qualcuno potrà riscrivere con la stessa coerenza.

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