Addio a Chris Rea, la voce rock-blues che ha trasformato la strada in musica
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Si è spento, dopo una breve malattia, all’età di 74 anni il musicista britannico Chris Rea: a darne l’annuncio, con un messaggio pubblicato sulla sua pagina ufficiale, è stata la famiglia, specificando che il cantautore ha trovato la morte in modo sereno, in ospedale. La carriera di Rea, la cui durata ha superato i quarant’anni, ha lasciato un segno profondo nel panorama musicale internazionale, come testimoniano i oltre trenta milioni di dischi che ne hanno sancito il successo commerciale, e con lui se ne va una delle voci più riconoscibili e caratteristiche a cavallo tra rock, blues e soul.
Artista dalla cifra stilistica inconfondibile, Rea conobbe la prima grande popolarità sul finire degli anni Settanta, quando il brano "Fool (If You Think It’s Over)" divenne un inaspettato successo soft rock, ma fu tra gli anni Ottanta e i Novanta che raggiunse l’apice del consenso. In quel periodo, infatti, pubblicò due degli album che ne hanno definito l’eredità artistica, "The Road to Hell" e "Auberge", i quali conquistarono la vetta delle classifiche nel Regno Unito, cementando il suo status di star. Il suo addio ufficiale alle scene dal vivo risale a quasi vent’anni fa, sebbene negli anni successivi abbia continuato a tornare sui palchi, in modo discontinuo, per presentare i suoi nuovi lavori, come accadde durante la promozione di "Road Songs for Lovers": proprio in quell’occasione, nel 2017, un episodio di malore durante un concerto a Oxford turbò profondamente i suoi sostenitori, gettando un’ombra sulle sue condizioni di salute.
La sua produzione, ricca e articolata, ha regalato alla musica brani divenuti autentici classici, capaci di trascendere i generi e le epoche: dall’incisiva "On the Beach" alla nostalgica "Josephine", fino alla cupa e potente title track "The Road to Hell". Ma è forse con "Driving Home for Christmas" che Rea è riuscito a cristallizzare un sentimento universale, trasformando un’esperienza personale e quotidiana in un inno collettivo. Quella canzone, nata dal ricordo di un viaggio invernale a bordo di una Austin Mini, tra neve, traffico e luci al semaforo, cattura l’essenza della strada non come semplice tragitto, ma come spazio sospeso tra memoria e attesa, dove il battito del motore e il respiro della notte diventano la colonna sonora di un ritorno a casa. In quel brano, l’automobile, umile veicolo di quotidianità, si eleva a simbolo di una libertà semplice e condivisa.




