Gioielliere condannato a 14 anni per aver ucciso i rapinatori, la difesa: "Agì per salvarsi"
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Redazione Interno
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La Corte d'Appello di Torino ha confermato, seppur con una riduzione di pena, la condanna per omicidio volontario a carico del gioielliere Mario Roggero, il quale, nel corso di una rapina avvenuta nell'aprile del 2021 a Grinzane Cavour, uccise due dei malviventi che avevano preso in ostaggio la moglie. La sentenza, che ha fissato la pena a 14 anni e 9 mesi di reclusione, arriva dopo un primo grado che ne aveva disposti 17, e sembra chiudere, a livello giudiziario, una vicenda che ha diviso l'opinione pubblica e riacceso il dibattito sui limiti della legittima difesa. Il collegio giudicante, valutando le dinamiche dell'agguato e le deposizioni dei periti balistici, ha ritenuto che l'uso della forza da parte dell'orefice – il quale, impugnata una pistola, colpì gli assalitori mentre questi, dopo aver minacciato la consorte e prelevato il bottino, stavano già fuggendo verso l'automezzo – eccedesse i margini consentiti dalla legge per configurarsi come reazione proporzionata e necessaria.
Le dinamiche della notte che sconvolse Grinzane Cavour
Nella serata del 28 aprile, mentre la gioielleria era ormai chiusa, un gruppo di tre uomini fece irruzione, riuscendo a immobilizzare la moglie del titolare, la quale si trovava all'interno dei locali. La situazione, come emerso in aula, degenerò rapidamente quando Roggero, accortosi della minaccia, prese un'arma da fuoco e aprì il fuoco contro i rapinatori; due di essi, colpiti a morte, caddero sul posto, mentre il terzo, pur ferito, riuscì a darsi alla fuga. Le indagini, coordinate dalla procura di Asti, ricostruirono con precisione la scena, evidenziando come alcuni colpi partiti dall'arma del gioielliere avessero raggiunto i malviventi alle spalle, un dato – questo – che per i magistrati ha rappresentato un elemento cardine per escludere la sussistenza della legittima difesa, poiché l'azione difensiva si sarebbe protratta oltre il pericolo immediato, trasformandosi in una sorta di esecuzione sommaria.
Il dolore del gioielliere e l'assenza di un pentimento altrui
Al di là delle questioni strettamente giuridiche, la vicenda ha lasciato strascichi profondi nella vita di Roggero, il quale, dopo la lettura della sentenza d'appello, ha espresso senza mezzi termini la propria delusione verso un sistema giudiziario che, a suo dire, "non ha avuto il coraggio" di riconoscere la natura puramente difensiva del suo gesto. "Ho sparato per salvarmi la vita", ha ripetuto con fermezza l'uomo, il cui risentimento è amplificato da un altro aspetto, da lui stesso sottolineato: l'assenza, in tutti questi anni, di qualsivoglia forma di contatto o di scuse da parte delle famiglie dei rapinatori deceduti, da lui definiti, senza troppi giri di parole, "degeneri". Una ferita nell'altra, che mostra il lato più umano e lacerante di certi drammi giudiziari, dove i ruoli di vittima e carnefice si confondono fino a diventare, talvolta, indecifrabili.
Il percorso giudiziario e il peso delle ricostruzioni tecniche
Il dibattimento d'appello si è concentrato, in maniera quasi esclusiva, sull'interpretazione tecnica delle prove balistiche e sulla sequenza temporale degli spari, aspetto che i giudici – i quali hanno comunque riconosciuto alcuni attenuanti, riducendo così la condanna iniziale – hanno considerato determinante per stabilire l'eccesso colposo nella reazione. La difesa, dal canto suo, ha sempre sostenuto la tesi della necessità di agire in quel preciso momento, descrivendo una situazione di terrore e di pericolo concreto per l'incolumità della moglie, pericolo che, secondo l'accusa, sarebbe cessato nel momento in cui i rapinatori volgevano le spalle per allontanarsi. Una divergenza di prospettive che la sentenza ha risolto confermando la responsabilità penale dell'imputato, in un caso che rimarrà, probabilmente, come uno degli esempi più discussi degli ultimi anni in materia di autotutela e di confine tra difesa legittima e ritorsione.




