NBA 2026-27, 125 giocatori internazionali da 43 Paesi: l'Italia resta rappresentata solo da Simone Fontecchio

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La nuova stagione NBA si è aperta con un dato che conferma una tendenza ormai strutturale: nei roster della opening night figurano 125 giocatori internazionali, provenienti da 43 Paesi e territori differenti. Un numero che la lega aveva già sfiorato in passato, ma che continua a raccontare quanto il bacino di talento si sia allargato ben oltre i confini degli Stati Uniti.

La quota europea resta la più consistente, con 70 giocatori provenienti dal Vecchio Continente, mentre tutte e trenta le franchigie possono contare almeno su un atleta non statunitense.

La Francia supera il Canada, l'Africa cresce

Per la prima volta dopo tredici stagioni, il paese con il maggior numero di giocatori NBA non è il Canada. Il primato spetta alla Francia, che porta in dote 17 atleti, uno in più rispetto ai 16 canadesi. A guidare la pattuglia transalpina c'è Victor Wembanyama, due volte All-Star e reduce dal riconoscimento di difensore dell'anno nella scorsa annata. Il Canada resta comunque una potenza, con Shai Gilgeous-Alexander fresco vincitore del titolo e degli ultimi due premi di MVP.

Dietro di loro si collocano l'Australia con nove giocatori, la Germania con sette e la Nigeria con sei, quest'ultima con un record per il paese africano.

Il dato assume un peso ancora maggiore se si considera che si tratta della sesta stagione consecutiva con almeno 120 internazionali nei roster della prima giornata, e della tredicesima con almeno cento presenze. Dallas, Miami e Washington sono le squadre che ne schierano di più, sette a testa. Tra i giocatori nati in Africa o con almeno un genitore nel continente si contano oltre sessanta atleti, un bacino che continua a produrre talenti di primo piano come Joel Embiid e Pascal Siakam.

Fontecchio, unico azzurro in una lega sempre più globale

Per l'Italia la rappresentanza si riduce a un solo nome: Simone Fontecchio, confermato ai Miami Heat dopo la firma di un contratto annuale nella scorsa estate. L'ala abruzzese, che ha chiuso la stagione precedente con una media di 8,5 punti e il 37,5% da tre punti in 70 partite disputate, resta dunque l'unico italiano in grado di calcare i parquet della lega. Una situazione che appare distante dai tempi in cui la NBA poteva contare contemporaneamente su quattro azzurri, da Bargnani a Belinelli, da Gallinari a Datome.

La presenza di Fontecchio va letta anche alla luce del ruolo che i tiratori da tre punti ricoprono nel gioco contemporaneo. Nella scorsa stagione ha messo a segno 1,7 triple di media a partita, confermandosi una risorsa per la second unit di Miami. Il suo contratto, riportato intorno ai 2,6 milioni di dollari, lo colloca nella fascia salariale minima per un giocatore con la sua esperienza, ma la fiducia della franchigia floridiana resta un dato concreto.

La scelta di restare negli Stati Uniti ha chiuso, almeno per questa estate, le porte a un possibile ritorno in Europa, dove l'Olimpia Milano aveva manifestato interesse.

L'apertura di stagione tra Detroit e Boston

Il quadro internazionale si inserisce in un avvio di regular season che ha già offerto spunti sul piano del gioco. Nella sfida inaugurale della opening night, i Detroit Pistons hanno rimontato uno svantaggio di 22 punti per superare i Boston Celtics con il punteggio di 121-113. Protagonisti della rimonta sono stati Jalen Duren e Cade Cunningham con 22 punti ciascuno, ma soprattutto Duncan Robinson, autore di 15 dei suoi 21 punti nell'ultimo quarto, e Javonte Green, capace di segnare 19 punti in 18 minuti uscendo dalla panchina.

Boston ha potuto contare su un debutto da 38 punti di Paul George, che ha superato il precedente record di punti in un esordio con la maglia dei Celtics, ma non è bastato: Jayson Tatum è rimasto a 13 punti con un deludente 6 su 23 dal campo. La partita ha mostrato ancora una volta quanto la profondità dei roster e la capacità di trovare soluzioni alternative ai protagonisti siano determinanti, un tema che riguarda tanto le squadre statunitensi quanto i giocatori arrivati da fuori, sempre più spesso chiamati a ricoprire ruoli decisivi e non mere comparse.

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