Il superbonus da 174 miliardi e l’ultimo cantiere fantasma di Torino
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Redazione Interno
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Sarebbe dovuta essere una scarica di adrenalina per un’economia in coma, una misura temporanea e straordinaria per rimettere in moto i cantieri dopo il lockdown. Invece, il superbonus 110% si è trasformato in una voragine senza fondo per le casse pubbliche, un carrozzone il cui conto finale, secondo le ultime ricostruzioni basate sui dati incrociati di Ministero dell’Economia, Istat ed Enea, sfiora ormai i 174 miliardi di euro. Per capire la portata della cifra, basti pensare che si tratta quasi dell’intero importo del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), quel gigantesco piano da circa 194 miliardi che doveva ridisegnare le infrastrutture del Paese. Un’eredità pesantissima che grava sui conti pubblici, resa ancor più amara da un dettaglio non secondario: senza i sequestri e le contestazioni messe in atto in questi anni dalla Guardia di Finanza e dall’Agenzia delle Entrate, il buco sarebbe stato ancora più profondo, toccando quota 183 miliardi. E la fotografia scattata ad aprile dall’Enea mostra un fenomeno che non si è ancora del tutto arrestato: nel solo mese di aprile si è registrato un aumento della spesa per quasi un miliardo, mentre le risorse destinate a coprire i rimborsi dei lavori contabilizzati dal 1° gennaio 2026 arrivano a 2,5 miliardi.
I numeri impressionanti dell’efficientamento e il peso dei condomini
Se si analizza la composizione di questa montagna di debito, emergono disparità evidenti. Il bollettino mensile dell’Enea, aggiornato al 30 aprile, parla chiaro: le asseverazioni complessive (le certificazioni che accertano la regolarità dei lavori) hanno superato la soglia delle 502mila pratiche. L’investimento medio è schizzato alle stelle, e chi pensa che il beneficio abbia aiutato principalmente i più bisognosi farebbe meglio a ricredersi. La fetta più grossa della torta, pari a circa 85,7 miliardi, è stata assorbita dai condomini, che rappresentano solo una piccola parte degli interventi totali ma hanno portato a casa una media di oltre 612mila euro a palazzina. A fare da contraltare, ci sono le villette e le case singole, numericamente superiori (quasi il 72% del totale delle richieste, secondo alcune elaborazioni), ma con una spesa media per intervento molto più bassa, attestatasi intorno ai 117mila euro. In pratica, l’incentivo più generoso della storia repubblicana – quello che prometteva un rimborso superiore alla spesa sostenuta – ha finito per premiare soprattutto le grandi proprietà immobiliari, distorcendo il mercato e alimentando un’inflazione da edilizia che ora rischia di lasciare cicatrici profonde nel tessuto economico.
L’ennesimo inganno: il cantiere fantasma di piazza Baldissera
A rendere tangibile il lato oscuro di questa epopea dei bonus ci pensa la cronaca giudiziaria, che puntualmente mette a nudo il meccanismo perverso delle truffe. L’ultimo episodio, in ordine di tempo, arriva da Torino. Non lontano da piazza Baldissera, sorge una palazzina di cinque piani dove la febbre del 110% ha prodotto solo carta straccia. Secondo quanto ricostruito dalla Procura e dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza, una società edile aveva proposto ai condomini la classica “truffa a costo zero”: lavori di rifacimento della facciata mai eseguiti, efficientamento energetico inesistente e riduzione del rischio sismico solo sulla carta. I cantieri sono rimasti deserti, ma le fatture, quelle, venivano regolarmente emesse. Lo scopo? Farsi rimborsare dallo Stato ben 7 milioni di euro grazie a un giro di false certificazioni firmate da professionisti compiacenti: due architetti torinesi, un ingegnere e un commercialista, tutti finiti nel registro degli indagati. Sono stati gli stessi condomini, dopo aver visto fallire la promessa e aver ricevuto un nuovo preventivo con cifre alle stelle, a far scattare l’allarme.
Frodi, sequestri e il costo della mancata vigilanza
Il caso torinese non è un episodio isolato, ma la punta di un iceberg gigantesco che affonda le radici nella fase iniziale della misura, quando i controlli erano quasi inesistenti e la cessione del credito funzionava come un bancomat sempre aperto. Il comparto delle “frodi superbonus” ha raggiunto cifre da capogiro. Le fiamme gialle, coordinate dalla procura, hanno messo i sigilli a crediti d’imposta inesistenti per un valore complessivo che ha superato i 9 miliardi di euro. In molti casi, il sistema si reggeva sulle cosiddette “società cartiere”: prestanome che emettevano fatture per operazioni mai eseguite, rigiravano i crediti e poi sparivano nel nulla. Se da un lato l’attività repressiva ha permesso di bloccare un’emorragia che avrebbe portato il conto oltre i 183 miliardi, dall’altro queste indagini dipingono il ritratto di una governance allo sbando. La misura, nata per rilanciare l’occupazione, ha premiato l’ingegno di chi ha saputo interpretare i vuoti normativi, trasformando un’agevolazione fiscale in un sistema per fare cassa a spese dello Stato. E mentre il dibattito si concentra sui numeri astronomici della spesa, sui tavoli dei magistrati continuano ad accumularsi i fascicoli di chi ha tentato di intascare quel che restava delle residue ricchezze pubbliche.




