Il Libano si rivolge ai patriarchi: “Fermare la spirale di violenza”
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Redazione Esteri
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Dal cuore del Medio Oriente, mentre il fragore delle esplosioni riecheggia nelle valli del Sud del Libano e la conta delle vittime degli attacchi israeliani, iniziati nella giornata di lunedì, supera ormai il centinaio, si leva una voce che cerca di farsi spazio tra il rumore delle armi. È un appello corale, ponderato e denso di preoccupazione, quello che emerge al termine dei lavori dell’Assemblea dei patriarchi e dei vescovi cattolici del Paese dei cedri. I leader delle Chiese orientali, riuniti per fare il punto su una “pericolosa escalation” che non risparmia ormai nulla e nessuno, hanno diramato una dichiarazione nella quale chiedono con forza l’immediata interruzione di quella che loro stessi definiscono una “spirale di violenza”. Una violenza che, come sottolineano nel loro messaggio, non solo semina morte e rase al suolo interi villaggi, costringendo le famiglie a uno sfollamento sempre più massiccio, ma rischia di lacerare definitivamente il tessuto sociale di una nazione già provata da anni di crisi.
I presuli, tra i cui nomi spiccano quelli del cardinale maronita Béchara Boutros Raï, del patriarca armeno-cattolico Raphaël Bedros XXI Minassian, del melchita Youssef Absi e del siriaco Ignace Youssif III Younan, hanno voluto mettere nero su bianco la loro ferma condanna di quanto sta accadendo, descrivendo un quadro umanitario in rapido deterioramento. Il proseguire degli scontri, si legge nella nota diffusa al termine dell’assemblea, non fa che minare i fondamenti stessi della giustizia e della stabilità, calpestando la dignità della persona, che per loro è dono di Dio. Un concetto, questo, che intende richiamare le coscienze a una responsabilità collettiva, ben oltre le appartenenze politiche o confessionali, in un Paese dove la convivenza è da secoli una sfida quotidiana. Non si tratta, avvertono i patriarchi, di una ricerca di tregua tattica, bensì della necessità di anteporre il dialogo costruttivo a qualsiasi altra logica, perché la pace, per citare le parole di Leone XIV che hanno fatto da eco al loro pensiero, non è un’opzione secondaria.
Parallelamente alla mobilitazione spirituale e diplomatica delle Chiese locali, si registra un’intensa attività sul fronte vaticano. Il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, infatti, nei giorni scorsi ha avuto un colloquio telefonico con il presidente della Repubblica libanese, Joseph Aoun. Una chiamata, questa, che arriva in un momento di estrema delicatezza e che ha avuto lo scopo di ribadire il sostegno incondizionato della Santa Sede al Libano in quelle che sono state definite “ore difficili”. Un sostegno che, come è emerso dalla conversazione, non si limita a una mera vicinanza morale, ma si traduce in una disponibilità concreta ad aiutare per alleviare le sofferenze di una popolazione civile che si trova, ancora una volta, in prima linea. La diplomazia vaticana, da sempre attenta alle sorti di questa regione, sembra voler giocare tutte le sue carte per scongiurare il definitivo collasso di un Paese che considera un crocevia di culture e fedi.




