L'appello di papa Leone XIV: «fermare la spirale della violenza, l'odio nel mondo sta aumentando»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   «Pregare per la pace, lavorare per la pace, meno odio». Lo ha ripetuto ieri papa Leone XIV, parlando a un gruppo di giornalisti mentre lasciava Villa Barberini, la residenza di Castel Gandolfo dove aveva trascorso il suo consueto giorno di riposo e di lavoro. Un appello, il suo, che arriva in un momento di tensione internazionale drammatica, mentre in Medio Oriente – e in Iran in particolare – si moltiplicano gli attacchi e la diplomazia sembra arrancare di fronte all'ennesima escalation. Il Pontefice, interpellato sulla situazione, ha voluto sottolineare come l'unica strada percorribile per risolvere le controversie internazionali sia quella del dialogo e della trattativa, allontanando con decisione l'ipotesi di qualsiasi soluzione armata. L'odio, ha aggiunto a margine dell'incontro, è un sentimento che purtroppo «sta sempre aumentando nel mondo», un veleno che avvelena i rapporti tra i popoli e che rende ancora più urgente un impegno corale e condiviso per il suo contrario, quella pace che invece «dono di Dio» e frutto dell'impegno dell'uomo.

Nei suoi primi dieci mesi di pontificato, del resto, le invocazioni per la pace hanno attraversato come un filo rosso tutti i suoi interventi pubblici: dai messaggi per le udienze generali alle catechesi, dalle omelie agli Angelus e ai Regina Caeli, fino alle telefonate ai capi di Stato e ai saluti ai pellegrini. Una parola, quella della pace, che il Papa declina in tutte le sue sfaccettature – desiderio, preghiera, pazienza, perseveranza, incontro e diplomazia – proprio per sottolineare come non si tratti di un concetto astratto o svuotato di senso, ma di una realtà concreta da perseguire con tenacia. Proprio domenica scorsa, durante l'Angelus, Leone XIV aveva espresso «profonda preoccupazione» per quanto stava accadendo in Medio Oriente, parlando di «ore drammatiche» e lanciando un accorato appello alle parti coinvolte affinché assumessero la «responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile».

Il ritorno della guerra e il ruolo della diplomazia

«La guerra, di nuovo». Con queste parole, pronunciate durante la visita pastorale alla parrocchia romana dell'Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo al Quarticciolo, il Papa aveva voluto richiamare l'attenzione dei fedeli – e in particolare dei più giovani, incontrati al campo sportivo – sull'assurdità di ogni conflitto. La violenza, aveva spiegato ai bambini, «non è mai la scelta giusta», così come occorre dire «no» a tutto ciò che danneggia la salute e la convivenza civile. Ma è nel passaggio più strettamente politico del suo magistero che il Pontefice insiste con maggiore forza sulla necessità di restituire centralità alla diplomazia, unico strumento in grado di promuovere il bene dei popoli «che anelano a una convivenza pacifica, fondata sulla giustizia». La stabilità internazionale, aveva già avuto modo di ribadire in altre occasioni, non si costruisce certo con le armi – «che seminano distruzione, dolore e morte» – ma solo attraverso un «dialogo ragionevole, autentico e responsabile».

«Lavorare per la pace, meno odio»

L'uscita di ieri da Castel Gandolfo, seppure breve e informale, ha quindi riassunto in poche battute il cuore del pensiero di Leone XIV sulla situazione internazionale. Il riferimento all'aumento dell'odio nel mondo non è infatti casuale, ma fotografa una realtà che il Vaticano osserva con crescente apprensione: la polarizzazione del dibattito pubblico, la moltiplicazione dei focolai di crisi e una certa deriva nazionalista, che in più di un'occasione lo stesso Pontefice ha avuto modo di criticare come una delle cause profonde dell'instabilità contemporanea. Di qui l'esortazione a «cercare di promuovere il dialogo», a non cedere alla tentazione di risolvere i problemi con la forza, ma a percorrere invece la strada, certo più faticosa, della trattativa e della mediazione internazionale. Una strada che, agli occhi del Santo Padre, rimane l'unica davvero percorribile per invertire una rotta che altrimenti condurrebbe il mondo verso conseguenze difficilmente calcolabili. La pace, per dirla con le sue stesse parole pronunciate in passato, non è un'utopia, ma un «cammino possibile» anche in un tempo segnato dalla violenza e dai conflitti: a patto, però, che ci sia la volontà di percorrerlo insieme, lasciando da parte calcoli egoistici e miopi politiche di potenza.

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