Sanremo 2026, le pagelle dei look della finale: l'ignavia stilistica e qualche eccezione
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Calato il sipario sulla settantaseiesima edizione del Festival di Sanremo, l’attenzione, com’è naturale che sia in questi casi, si sposta dai cantanti in gara – e Sal Da Vinci, vincitore di questa kermesse, ne è la prova concreta – a ciò che hanno indossato sul palco dell’Ariston. Se la musica, come spesso accade, finisce per dividere pubblico e critica, il giudizio sui look appare invece pressoché unanime: questa edizione, segnata dall’ormai ex conduttore Carlo Conti e dalla sua direzione artistica improntata alla sobrietà, non passerà certo agli annali per audacia o originalità. L’ultima serata, andata in onda sabato 28 febbraio, ha confermato il trend di un festival cromaticamente spento, con il bianco e il nero a farla da padroni assoluti, in una sorta di rigida uniforme che ha avvolto gran parte dei trenta Big in gara. Pochi i guizzi, rare le eccezioni, e l’impressione generale, a guardare le foto che impazzeranno sui social per i prossimi giorni, è quella di una passerella dove la prudenza ha prevalso sul rischio, e la formalità ha schiacciato la creatività. Persino il Fantasanremo, con i suoi punti legati agli accessori, non è riuscito a infondere quella verve che ci si augurava, limitandosi a suggerire qualche vezzo isolato in un panorama altrimenti piatto.
L’asse del bianco e nero e le eccezioni che illuminano la serata
Il verdetto della finale, sotto il profilo strettamente sartoriale, è impietoso e fotografa una situazione di stallo. Basta osservare i cinque super finalisti, accomunati da un’estetica talmente simile – fra completi scuri e abiti dal taglio classico – che persino un presentatore navigato come Carlo Conti, nel suo smoking firmato Stefano Ricci -2, avrebbe forse fatto fatica a distinguerli senza il supporto del cartellino. Eppure, in questo deserto di idee, qualche oasi è emersa. Ditonellapiaga, ad esempio, si conferma una delle poche capaci di osare con intelligenza: il suo abito con corsetto nero e gonna arricchita da un fiocco laterale, abbinato a fiocchetti rosa tra i capelli, ha portato una ventata di freschezza e personalità. Un discorso analogo vale per Malika Ayane, che ha incantato l’Ariston con un abito laminato argentato di Brunello Cucinelli, arricchito da lunghi guanti bianchi e da un’acconciatura tirata, moderna ed elegantissima, che ha fatto scuola in una sola, breve apparizione.
Se queste sono state le luci, le ombre non sono certo mancate. Laura Pausini, chiamata al ruolo di co-conduttrice, ha alternato momenti di grande scenografia – come l’abito voluminoso e senza spalle di Balenciaga per la prima uscita – ad altri meno felici, a causa di scelte stilistiche non sempre coerenti e di acconciature che, in alcuni casi, hanno appesantito l’insieme invece di valorizzarlo. E poi c’è il capitolo Sal Da Vinci, vincitore sul palco ma non nella classifica immaginaria del miglior look: il suo smoking bianco con fiocco nero ha diviso l’opinione pubblica, con chi lo ha paragonato a un elegante catering e chi, più benevolmente, vi ha letto un tentativo (non del tutto riuscito) di estetica dandy.
L’omaggio, i dettagli e la poetica del guardaroba maschile
Tra gli uomini, al di là della noiosa sequenza di doppiopetti e papillon, qualche spunto di interesse è arrivato da chi ha giocato la carta del significato o della rottura degli schemi. Ermal Meta, ad esempio, ha sfoggiato un total look Trussardi che i più attenti hanno definito una vera e propria “armatura da supereroe”: giacca in pelle texturizzata, camicia di seta con fiocco e, dettaglio non trascurabile, dei guanti da biker che nulla avevano a che fare con i punti del Fantasanremo, ma che simboleggiavano una nuova immagine di guerriero contemporaneo, con tanto di piccolo anello a forma di stella – chiaro riferimento al suo brano “Stella stellina” – indossato al mignolo. Una scelta, la sua, che ha dimostrato come anche in un contesto formale si possa inserire un elemento poetico e personale. Discorso inverso, invece, per Chiello, che ha optato per un raffinato look goth: smoking doppiopetto, maxi revers in raso e una spilla a forma di rosa nera, un dettaglio che da solo è valso più di un’intera collezione.
Ma la serata è stata anche il palcoscenico di scelte più intime e commoventi, come quella di Serena Brancale. La cantante ha indossato un abito nero dal forte valore affettivo, perché appartenuto a sua madre, scomparsa nel 2020. Un gesto che ha portato sul palco un’emozione autentica, lontana anni luce dalla logica del brand o dell’ultima tendenza, e che ha ricordato come la moda, a Sanremo, possa talvolta trasformarsi in un linguaggio capace di raccontare storie ben più profonde di un semplice tessuto. Al contrario, non si può dire lo stesso per Giorgia Cardinaletti, la giornalista del TG1 chiamata alla co-conduzione: il suo primo abito lungo e dritto di Ermanno Scervino è apparso rigido, poco valorizzante, quasi fosse un estraneo che lei stessa, nei movimenti sul palco, sembrava voler allontanare da sé.
I guanti, il colore e il ritorno al passato che non convince
Se c’è un accessorio che ha attraversato come un filo conduttore l’intera kermesse, e in particolare la finale, quello è stato il guanto. Declinato in ogni possibile variante – lunghi, corti, in pizzo, in pelle, tempestati di brillanti – ha rappresentato l’unico vero elemento di continuità stilistica, capace di elevare anche l’outfit più semplice a qualcosa di studiato e ricercato. Lo hanno indossato in tante, da Malika Ayane a Levante, che nel suo abito blu Giorgio Armani li ha scelti trasparenti e impreziositi da cristalli, in perfetto pendant con le unghie laccate. Un vezzo, quello dei guanti, che ha tentato di supplire alla mancanza di colore in una serata dove il total black e il total white hanno regnato sovrani, salvo rare incursioni cromatiche come il burgundi della stessa Pausini o l’argento di Ayane. Una scelta, quella del bicromatismo, che ha fatto gridare più di un critico al “compitino ben svolto”, lontano dai fasti e dalla sperimentazione visiva di edizioni passate. E mentre l’Ariston salutava l’era Conti, l’impressione è che la moda, in questa edizione, abbia giocato più a difesa che a centrocampo, lasciando ai posteri il ricordo di una finale elegante, certo, ma terribilmente prevedibile.




