Sanremo 2026, la noia stilistica dell’ultima serata e quei rari lampi di luce nella marea di total look

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Si chiude qui, con la finale andata in onda sabato 28 febbraio, la settantaseiesima edizione del Festival di Sanremo, e se il vincitore morale – o reale che dir si voglia – è Sal Da Vinci con il suo “Per sempre sì”, sul fronte della moda il verdetto è fin troppo scontato e parla chiaro: l’ignavia stilistica ha trionfato su tutta la linea. L’ultima passerella dell’Ariston, quella che tradizionalmente dovrebbe regalare il meglio del guardaroba dei big, si è rivelata una sfilata in bianco e nero talmente prevedibile da far quasi sorridere, se non fosse per la desolante mancanza di fantasia. I cinque super finalisti, schierati come un Corpo di ballo in attesa del verdetto, apparivano così simili nelle loro divise serali che persino il conduttore Carlo Conti, uomo di poche parole ma di lunga esperienza televisiva, non ha potuto fare a meno di notarlo, lanciando una frecciatina durante la diretta. La realtà, si sa, supera spesso la fantascienza, e in questo caso l’ha pure sepolta sotto una coltre di velluti e completi scuri che hanno reso l’ultima serata una prova provata di come il coraggio sartoriale sia ormai un miraggio.

Quei pochi lampi di luce in una marea di total look

Eppure, in questo deserto dei tartan, qualche rara oasi è emersa, ricordando al pubblico che l’eleganza non è fatta solo di protocolli cromatici. Se gli uomini hanno generalmente deluso, adagiandosi sugli allori del doppiopetto di prammatica, le donne hanno provato a tenere alta la bandiera dello stile. Malika Ayane, ad esempio, ha incantato con un abito lungo A-line color argento di Brunello Cucinelli, un inno alla purezza delle linee che le ha concesso di spaziare sul palco con la grazia di una diva senza tempo, e i lunghi guanti bianchi a contrasto hanno fatto il resto. Sul versante opposto, ma altrettanto memorabile, l’abito-scultura di Elettra Lamborghini firmato Rahul Mishra: un black tempestato di strass con una geometria così complessa e affascinante da sembrare, più che un vestito, un’architettura indossabile. E poi c’è Ditonellapiaga, che non ha sbagliato un colpo in questa kermesse, richiamando atmosfere Winehouse con un bustier accattivante e una gonna dal taglio audace che non passava certo inosservata.

Il racconto intimo di Serena Brancale e gli scivoloni maschili

Ma la menzione che scalda il cuore, in questa analisi, va senza dubbio a Serena Brancale. La cantautrice barese, in gara con il brano dedicato alla madre scomparsa “Qui con me”, ha scelto per la finale un abito dal valore inestimabile, non per la firma o per il costo, ma perché appartenuto proprio a sua mamma. In una edizione dove i look sembrano usciti da un catalogatore automatico, un gesto così carico di significato e di pathos ha riportato sul palco la vera essenza della moda: quella che racconta storie, che emoziona, che va oltre la superficie del tessuto. Sul fronte maschile, invece, il disastro è stato dietro l’angolo. Sal Da Vinci, vincitore della serata, ha optato per uno smoking spezzato che qualcuno, non troppo malignamente, ha paragonato alla divisa di un caposala, complice un papillon dalle dimensioni generose. Tommaso Paradiso, nonostante l’abito firmato Emporio Armani, è sembrato più il classico impiegato di concetto in uscita dall’ufficio che un cantante sul palco più importante d’Italia. E che dire di Dargen D’Amico, che ha chiuso con giacca da smoking nera, pantaloni corsari verdi e piedi nudi, un mix talmente stridente da risultare, suo malgrado, memorabile. La prudenza, insomma, ha dettato legge, e il Fantasanremo è stato l’unico vero baluardo di quella verve che, sui corpi dei cantanti, è mancata del tutto.

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