Met Gala 2026, Vittoria Ceretti regina a New York tra trasparenze e black total look

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un istante, in ogni edizione del Met Gala, in cui il tappeto rosso smette di essere un semplice passaggio pedonale e diventa un campo di battaglia simbolico, dove lo sguardo dei fotografi – armato di obiettivi e preconcetti – elegge sovrani in carica per una sola notte. Quest’anno, al Metropolitan Museum of Art di New York, quella corona è finita idealmente sul capo di Vittoria Ceretti. La topmodel bresciana, originaria di Inzino, ha letteralmente illuminato le sale espositive (e i social, a giudicare l’eco immediata) con un abito di chiffon di seta nera firmato Carolina Herrera, un total black composto da un top cropped e da una gonna trasparente, che esaltava la grazia innata della modella senza mai cadere nella volgarità. Un equilibrio sottile, quello tra nudità accennata e rigore sartoriale, che le ha permesso di prendersi la scena nella Grande Mela, oscurando per un attimo persino le presenze più attese.

Nicole Kidman e l’effetto matchy matchy con la figlia Sunday Rose

Se Ceretti ha giocato la carta della solitudine trionfante, Nicole Kidman ha scelto invece la via della complicità generazionale. L’attrice australiana, che non è nuova a passeraggi spettacolari sul red carpet del Met, si è presentata al braccio della figlia Sunday Rose Urban; le due indossavano scintillanti abiti haute couture in stile “matchy matchy”, ricoperti di paillettes. Una scelta, quella di portare con sé l’adolescente (già vista con lei alle recenti sfilate di alta moda a Parigi), che ha trasformato l’usuale passerella individuale in un racconto familiare a due voci. Kidman, con questa mossa, ha virato il proprio outfit da semplice dichiarazione estetica a silenziosa passerella di consegne, anche se nessuna delle due, bisogna dirlo, ha mai pronunciato parole che suggerissero un passaggio di testimone.

Irina Shayk, l’effetto pianeta alieno che cancella le altre star

E poi, da un momento all’altro, è arrivata Irina Shayk. La modella russa, dotata di una fisicità che molti definiscono scolpita da un’altra era geologica, ha fatto qualcosa che a Metropolitan Museum capita raramente: ha oscurato tutte. Quando lei è comparsa, il resto – comprese le iconiche Kidman e le promesse italiane come Ceretti – è finito in secondo piano, risucchiato in una sorta di vortice di indifferenza collettiva. Non c’è cattiveria in questa osservazione, solo una constatazione oggettiva resa evidente dal brusio calato tra i cronisti. Il merito non è solo di un che sembra sfidare le leggi della gravità terrestre, ma di un outfit custom firmato Alexander Wang che ha interpretato il tema “Fashion Is Art” in maniera letterale e radicale: gioielli non come accessori, ma trasformati in veri capi d’abbigliamento, monili ingranditi e riconfigurati per coprire e scoprire secondo una logica che ricorda le armature concettuali. Un azzardo che avrebbe potuto trasformarsi in kitsch, e che invece è diventato il momento più fotografato della serata.

L’arte come dress code: il senso del Met Gala 2026

Del resto, il tema prescelto – “Fashion Is Art” – non era un semplice pretesto per passerelle eccentriche, ma il tentativo (riuscito) di rendere esplicito un punto di contatto sempre più sottile: quello in cui la moda smette di essere mero esercizio estetico per acquisire dignità di linguaggio artistico. La mostra primaverile del Costume Institute, che quest’anno esplora il “ vestito”, ha spinto designer e celebrity a usare la pelle come superficie espositiva. Alcuni hanno optato per la scultura (le linee dure di Shayk), altri per la tela pittorica (le trasparenze di Ceretti), altri ancora per la performance dal vivo (la coppia Kidman-Urban). Nessuna gerarchia è stata dichiarata, eppure, camminando tra le sale del Met, si coglieva un umore collettivo: il confine tra l’abito e l’opera d’esposizione è crollato per una notte, restituendo al pubblico l’antica e talvolta dimenticata verità che un tessuto ben tagliato, se guardato con gli occhi giusti, può ferire o consolare come un quadro.

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