Bianca Censori in tribunale a Los Angeles con un look total black dopo le indicazioni del giudice sull'abbigliamento
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Redazione Cultura e Spettacolo
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L’abbigliamento scelto per presentarsi in un’aula di giustizia, si sa, non è mai un dettaglio trascurabile, e nel caso di figure pubbliche abitualmente al centro dell’attenzione dei rotocalchi, la tenuta indossata può persino arrivare a oscurare, agli occhi dell’opinione pubblica, il motivo stesso della citazione in giudizio. È quanto accaduto a Bianca Censori, architetta australiana e moglie del rapper Kanye West, quando mercoledì 4 marzo si è presentata al tribunale di Los Angeles, lo Stanley Mosk Courthouse, per rendere la propria testimonianza in una causa civile che vede imputato il marito. La trentunenne, nota a livello internazionale per le sue apparizioni pubbliche contraddistinte da outfit estremi, trasparenze audaci e una provocazione che rasenta spesso il limite del proibito, ha optato per un cambiamento di rotta talmente radicale da lasciare di stucco fotografi e cronisti: un completo nero, castigato, composto da un cardigan a maniche lunghe abbottonato fino al collo e da una gonna lunga fino alle caviglie, il tutto completato da un paio di occhiali dalla montatura sottile e da una severa coda raccolta sulla nuca. Un’immagine dimessa e composta, quella proposta dalla designer, che stride volutamente con la sua fama di icona trasgressiva e che ha immediatamente fatto pensare a una precisa strategia difensiva, tanto più se si considera che il giudice Brock T. Hammond, nelle settimane precedenti all’udienza, aveva espressamente richiamato tutte le parti in causa al rispetto di un codice di abbigliamento consono, mettendo al bando occhiali da sole, cappelli e qualsiasi forma di “drammaticità” che potesse trasformare l’aula in una passerella mediatica.
Il procedimento per il quale Censori è stata ascoltata, e che ha richiesto la sua presenza fisica in qualità di testimone, affonda le radici in una vicenda complessa e controversa che risale al 2021, quando Kanye West, dopo aver acquistato per cinquanta-sette milioni di dollari una villa con vista sull’oceano a Malibu, affidò a un project manager di nome Tony Saxon l’incarico di supervisionare una serie di radicali lavori di ristrutturazione. Le mansioni di Saxon, come si evince dagli atti depositati, andarono ben oltre la semplice gestione del cantiere, trasformandosi in un impegno totalizzante che comprendeva la sorveglianza notturna e la manutenzione ordinaria dell’immobile; turni di lavoro che lo stesso querelante ha descritto come estenuanti, fino a sedici ore al giorno, e condizioni che lo costrinsero in più occasioni a dormire per terra, avvolto nel proprio cappotto, pur di rispettare le tempistiche folli imposte dal committente. Il contenzioso, che ha portato Saxon a citare in giudizio il rapper per oltre un milione di dollari a Titolo di risarcimento per mancati stipendi, condizioni di lavoro pericolose e licenziamento illecito, si incentra proprio sulle richieste che West avrebbe avanzato nel corso dei lavori: l’eliminazione di impianti idraulici e finestre, la rimozione dell’impianto elettrico e l’installazione di grandi generatori all’interno dell’abitazione, una soluzione che Saxon, dopo aver sollevato obiezioni in merito al rischio di incendi, ha sostenuto essere stata respinta con una certa veemenza dall’artista, il quale lo avrebbe minacciato di ritorsioni se non si fosse adeguato ai suoi dettami.
Il ruolo di Bianca Censori nella controversia sulla residenza di Malibu e la sua inedita compostezza in aula
Se la figura di Bianca Censori è finita al centro di questa controversia legale non è un mistero, dal momento che, all’epoca dei fatti, la donna rivestiva il ruolo di architetta di fiducia per quel progetto e, secondo alcune ricostruzioni giornalistiche risalenti al 2024, avrebbe fatto da tramite tra il marito e il manager in più di un’occasione, circostanza che spiegherebbe la decisione dell’avvocato di parte civile di chiamarla a deporre. La sua testimonianza, della quale non sono stati resi noti i contenuti specifici, si è svolta quindi in un clima di grande attenzione, con l’imputato West presente in aula e i giurati, selezionati nelle settimane precedenti, che avevano già avuto modo di esprimere, durante la fase di voir dire, opinioni poco lusinghiere sia nei confronti del rapper che della stessa Censori, criticata da una potenziale giurata per il suo abbigliamento “disgustoso” ai Grammy Awards dell’anno precedente. Un episodio che rende ancora più significativa la scelta della moglie di West di presentarsi in tribunale con un look da “sexy librarian”, come l’hanno definito alcuni commentatori d’oltreoceano, che nella sua rigorosa semplicità ha voluto probabilmente veicolare un messaggio di rispetto per l’istituzione giudiziaria e, al contempo, allontanare da sé qualsiasi pregiudizio legato alla sua immagine pubblica.
Al di là delle apparenze e delle interpretazioni che si possono dare a questo improvviso cambio di rotta stilistico, ciò che emerge con chiarezza dalle croniche giudiziarie è la serietà con cui la trentunenne ha affrontato l’impegno processuale, come testimoniano anche gli schizzi realizzati in aula dalla disegnatrice Mona Shafer Edwards, che ritraggono un’espressione concentrata e pensierosa, lontana anni luce dalla spavalderia che solitamente sfoggia sui red carpet. Il processo, che vede Kanye West negare ogni addebito e controbattere con una propria azione legale contro Saxon, reo di aver imposto un’ingiunzione di oltre un milione e ottocentomila dollari sulla proprietà, è destinato a protrarsi per circa dodici giorni, con la giuria chiamata a stabilire se le condizioni di lavoro imposte al manager durante la ristrutturazione di quella che il rapper sognava come una sorta di “bunker in stile anni Dieci” fossero effettivamente lesive dei diritti del lavoratore o se, al contrario, rientrassero nella normale amministrazione di un progetto artistico fuori dagli schemi. E mentre l’attenzione dei media rimane inevitabilmente calamitata dall’evolversi di questa vicenda giudiziaria, la figura di Censori continua a oscillare, agli occhi del pubblico, tra quella della musa provocatrice e quella della professionista seria e preparata, capace di indossare, a seconda delle circostanze, la maschera più adatta alle necessità del momento.




