Noelia Castillo, la giovane catalana che voleva morire, ha ottenuto l’eutanasia dopo due anni di battaglia legale contro il padre

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   È morta oggi, 26 marzo, in un centro sociosanitario della provincia di Barcellona, Noelia Castillo Ramos, la venticinquenne catalana che da quasi due anni lottava per vedersi riconosciuto il diritto a porre fine alle proprie sofferenze. La sua morte, avvenuta tramite eutanasia, chiude una vicenda umana e giudiziaria che ha scosso profondamente l’opinione pubblica spagnola, riaccendendo un dibattito – mai sopito – sui confini dell’autodeterminazione individuale quando a fare i conti con la fragilità è una vita giovanissima e già segnata da traumi indicibili.

La richiesta di Noelia, approvata all’unanimità dalla Commissione di Garanzia e Valutazione della Catalogna già nel luglio del 2024, era stata congelata alla vigilia dell’esecuzione a causa dell’opposizione frontale del padre, Gerónimo Castillo. Un’opposizione sostenuta dall’associazione Abogados Cristianos, che ha sostenuto per tutto il tempo la tesi secondo cui la ragazza non sarebbe stata in possesso delle piene facoltà mentali necessarie per prendere una decisione tanto irrevocabile. Il padre, basandosi sulla preesistenza di disturbi psichiatrici nella storia clinica della figlia, aveva tentato di dimostrare che la volontà di morire non fosse altro che il sintomo di una patologia da curare, piuttosto che l’esito di una scelta consapevole e libera. Da qui è scaturito un contenzioso che ha costretto Noelia a un calvario processuale durato venti mesi, durante i quali ha visto il suo destino oscillare tra cinque diverse istanze giudiziarie: dal Tribunale di Istruzione di Barcellona, passando per il Tribunale Superiore di Giustizia della Catalogna, fino al Tribunale Supremo e alla Corte Costituzionale spagnola, che hanno tutti respinto i ricorsi paterni. L’ultimo, estremo tentativo di bloccare la procedura è stato vanificato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che ha respinto le misure cautelari richieste dagli avvocati del padre, spianando la strada al definitivo compimento della volontà della giovane.

Un dolore che affonda le radici in una vita di violenze

Per comprendere la radicalità della scelta di Noelia – che ha dichiarato pubblicamente, in un’intervista televisiva rilasciata pochi giorni prima della morte, di non avere “né traguardi, né progetti” se non quello di “andarsene in pace e smetterla di soffrire” – è necessario guardare al passato che l’aveva condotta fino a quel punto. Paraplegica dal 2022 dopo essersi lanciata dal quinto piano di un palazzo, la ragazza aveva alle spalle una storia di abusi e violenze difficili da raccontare. Aveva subito violenze sessuali, tra cui una stupro di gruppo, e aveva già tentato il suicidio in più occasioni, alternando periodi di degenza in strutture psichiatriche. In una delle sue ultime apparizioni pubbliche, aveva descritto con lucidità straziante il suo calvario, spiegando come il trauma subìto e la conseguente paralisi – che la costringeva a una dipendenza totale per gli atti più elementari – avessero reso la sua esistenza, a soli venticinque anni, un peso insopportabile. I giudici, in tutte le sentenze, hanno riconosciuto la piena capacità di intendere e di volere della giovane, sottolineando che la sua sofferenza era “costante e intollerabile” e che non esistevano margini per un miglioramento apprezzabile, requisito fondamentale richiesto dalla legge spagnola per accedere alla prestazione.

Il labirinto della legge e la solitudine della scelta

La Spagna, che nel 2021 è diventata uno dei pochi Paesi al mondo a regolamentare l’eutanasia attraverso una legge organica, si è trovata per la prima volta a dover gestire un conflitto così intimo e insieme così pubblico. Il caso di Noelia ha messo in luce tutte le possibili contraddizioni di una norma che, pur essendo estremamente garantista – prevede doppie richieste scritte, distanziate nel tempo, e il vaglio di commissioni miste di medici e giuristi – si è rivelata fragile di fronte all’opposizione di un familiare stretto. La legge stabilisce infatti che la richiesta di aiuto a morire è un diritto della persona, ma l’ostruzionismo del padre, assecondato dalla macchina giudiziaria, ha di fatto trasformato quella che avrebbe potuto essere una procedura di pochi mesi in un’odissea durata quasi due anni. Fonti vicine al caso hanno parlato di un “fallimento del sistema”, proprio perché l’eccesso di zelo garantista ha finito per prolungare le sofferenze di chi, come Noelia, aveva già ottenuto il parere favorevole di tutti i medici e di tutte le commissioni preposte. Anche nell’ora del commiato, la ragazza ha voluto esercitare il controllo totale sulla propria fine: contrariamente a quanto spesso avviene in questi casi, ha scelto di non avere familiari accanto nell’ultimo momento, confermando con questo gesto la volontà di sottrarre la propria morte a qualsiasi forma di influenza esterna.

L’assenza di una vera giustizia nell’applicazione della legge

Se la vicenda di Noelia è giunta a conclusione con il rispetto formale della sua volontà, il percorso che l’ha preceduta lascia aperti numerosi interrogativi sulla reale efficacia della normativa spagnola. I dati raccolti negli ultimi anni raccontano di un sistema in cui le disuguaglianze territoriali e le resistenze culturali creano un vero e proprio labirinto per chi chiede di morire con dignità: nel 2024, quasi un terzo delle persone che avevano avviato la procedura sono morte per cause naturali prima di riuscire a concluderla, mentre i tempi medi di attesa si aggirano sugli 82 giorni, più del doppio rispetto a quanto previsto dalla legge in condizioni normali. Nel caso specifico di Noelia, si è aggiunto un ulteriore elemento di complessità legato alla sua giovane età e alla presenza di una diagnosi di disturbo borderline della personalità, elementi che i legali del padre hanno utilizzato come pretesto per mettere in dubbio la validità del suo consenso. La Fondazione Abogados Cristianos, che ha assistito il padre in tutto il procedimento, ha annunciato al termine della vicenda che “il sistema ha fallito”, sostenendo che una legge pensata per i malati terminali non possa essere applicata a chi soffre di disturbi psichiatrici, sebbene la norma includa espressamente il “sofferenza psichica costante e intollerabile” tra i requisiti che legittimano l’accesso all’eutanasia.

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