Il 25 aprile di Mattarella a San Severino Marche, tra medaglia d’oro e memoria partigiana

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Redazione Interno Redazione Interno   -   C’è un filo rosso, sottile ma tenacissimo, che lega la medaglia d’oro al merito civile – conferita nel 2022 dallo stesso presidente Sergio Mattarella – alla scelta di celebrare l’81esimo anniversario della Liberazione proprio tra le colline marchigiane. Quel filo si chiama San Severino Marche, una città che quel riconoscimento lo ha meritato sul campo, per così dire, ben prima di riceverlo formalmente: lo ha guadagnato nelle pieghe di una guerra combattuta casa per casa, nascosta tra le pieghe di un’accoglienza che non fece distinzioni tra sfollati ebrei, contadini in fuga e partigiani feriti. E proprio qui, oggi 25 aprile, il capo dello Stato arriverà intorno alle undici, per restituire idealmente alla comunità quel che la comunità ha saputo offrire – senza clamore, senza calcolo – in anni in cui la sopravvivenza era un atto di coraggio quotidiano.

La cerimonia principale si svolgerà al teatro Feronia, dove prenderà la parola anche la sindaca Rosa Piermattei; lei stessa, nelle settimane scorse, aveva definito l’evento come l’occasione per fare di San Severino «la capitale della memoria democratica». Una definizione, quest’ultima, che non suona affatto retorica se si ripercorrono i giorni convulsi del primo luglio 1944. Fu allora, un pomeriggio di sabato, che i partigiani del “Battaglione Mario” anticiparono di un giorno persino l’arrivo dei soldati polacchi diretti ad Ancona: entrarono armati in città, mentre gli ultimi nazisti, scacciati dalle montagne appena un’ora prima, battevano in ritirata verso il Nord. Dei repubblichini, a quel punto, non rimaneva più traccia. La gente – quella stessa gente che aveva nascosto e sfamato centinaia di sfollati, compresa la famiglia dell’attuale rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, il cui padre Mosè (pediatra, annotano le cronache dell’epoca) prestò servizio tra le fila del “Battaglione Mario” – si riversò in piazza del Popolo. Abbracci, pianti di gioia, una festa che durò fino all’alba.

La medaglia d’oro e il peso di una memoria concreta

Il conferimento dell’onorificenza, avvenuto tre anni fa, non fu un atto formale. La motivazione ufficiale, che Mattarella stesso sottoscrisse, cita testualmente «il ruolo fondamentale di San Severino Marche nella lotta partigiana e lo spirito di accoglienza dimostrato dalla popolazione». Non parole a caso: il riferimento alla famiglia Di Segni, ospitata e protetta quando trovare riparo significava sfidare la deportazione, rende tangibile quel che accadde. E il presidente, oggi, tornerà proprio lì dove quella storia si è incarnata in volti, cibo condiviso, rischi corsi in silenzio. Nessuna celebrazione astratta, insomma, ma un gesto che riannoda un filo interrotto solo dal tempo. La sindaca Piermattei, dal canto suo, avrà il compito di rappresentare una comunità che dieci anni fa ha subito il dramma del terremoto e che, dopo aver perso case e punti di riferimento, cerca ancora risposte. «Un dono immenso», l’ha definito lei stessa, riferendosi alla visita del presidente.

Piazza del Popolo come alveare della memoria

Oggi pomeriggio piazza del Popolo si trasformerà – per un giorno, eppure in modo indelebile – nel cuore pulsante di un’identità nazionale che fatica a trovare altrove altrettanta densità simbolica. Le celebrazioni dell’81esimo anniversario della Liberazione, in molte città italiane, rischiano talvolta il rituale svuotato di significato. Qui no. Qui l’arrivo di Mattarella carica ogni angolo di una doppia consapevolezza: da un lato, quel che accadde il primo luglio 1944 – l’irruzione dei partigiani, la fuga dei nazisti, la gioia liberatoria della folla – non è un ricordo sbiadito ma un lascito che ancora orienta le scelte amministrative. Dall’altro, la medaglia d’oro al merito civile non è una targa da appendere al muro ma un impegno: quello di non dimenticare che l’accoglienza, quella vera, si misura nei momenti di massimo pericolo. E San Severino, nella sua provincia, tra le ferite ancora aperte del sisma e la voglia di rinascere, sembra voler dimostrare che memoria e futuro possono coincidere.

I ragazzi del ’25 e i preti, tra montagne e battaglioni

Un aspetto, quest’ultimo, che affonda le radici in un’altra stagione: quella dei «ragazzi del ’25», come venivano chiamati i giovanissimi che imbracciarono le armi accanto a sacerdoti e operai. Le cronache locali, ancora oggi consultate dagli storici, raccontano di una liberazione preceduta da settimane di guerriglia silenziosa, di staffette in bicicletta, di armi nascoste nelle cantine delle pievi. Il “Battaglione Mario” – nome che evocava un comandante caduto – era composto da uomini comuni: contadini, artigiani, qualche studente, e appunto quel medico ebreo, Mosè Di Segni, che curò feriti senza chiedersi da che parte stessero. Un miscuglio umano che fece la differenza in un’ora precisa: le diciassette del primo luglio, quando la città tornò libera. Oggi, l’omaggio di Mattarella a San Severino Marche non chiude alcun cerchio – i cerchi, nella storia, non si chiudono mai del tutto – ma li tiene aperti con rispetto. Perché è lì, in quella tensione tra ciò che è stato e ciò che si cerca di essere, che si annida il senso più autentico di questa giornata tricolore.

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