Il governo pensa a una patrimoniale volontaria sull'oro degli italiani
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Redazione Interno
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L’esecutivo guidato da Giorgia Meloni sta valutando, tra le pieghe della prossima legge di Bilancio, una misura fiscale che punta a regolarizzare, seppur su base volontaria, una parte consistente della ricchezza privata detenuta dagli italiani: l’oro non tracciato. L’idea, che in questi giorni ha catturato l’attenzione anche della stampa internazionale approdando sulla prima pagina del Financial Times, consiste nell’offrire ai possessori di lingotti, monete e persino gioielli sprovvisti di regolare documentazione d’acquisto la possibilità di dichiararli, pagando un’imposta sostitutiva fortemente agevolata, fissata al 12,5% del loro valore di mercato. Una proposta, questa, che se inserita nel testo definitivo della manovra finanziaria per il 2026, concederebbe ai cittadini un lasso di tempo fino al mese di giugno dello stesso anno per uscire dall’ombra fiscale, sanando la propria posizione con il fisco attraverso un versamento una tantum.
Una manovra dai molteplici obiettivi
La mossa, caldeggiata in particolare da Lega e Forza Italia, si inserisce in un contesto più ampio di interventi finanziari, i quali spaziano dall’ipotesi di un condono edilizio a quella di un bollo sui pagamenti in contanti di una certa entità, fino a un’imposta sui pacchi extracomunitari. L’intento dichiarato della cosiddetta “patrimoniale volontaria” è duplice: da un lato, si mira a far emergere un sommerso valutato in miliardi di euro, con alcune stime che parlano di un potenziale gettito di circa due miliardi; dall’altro, si cerca di regolamentare un settore, quello dell’oro da investimento, che in periodi di instabilità geopolitica, caratterizzati da guerre e dazi, continua a registrare un’inarrestabile corsa all’acquisto. “Investire in oro”, come sottolineano alcuni osservatori, “è come avere una moneta in tasca che non perde mai il suo potere d’acquisto”, una forma di protezione del risparmio che molti ritengono necessaria in scenari economici complessi.
I dettagli della proposta e la distinzione con l'oro domestico
La misura, che al momento si configura come un emendamento alla legge di Bilancio, non andrebbe a intaccare il cosiddetto “oro domestico”, ossia quei gioielli di bassa caratura, come le catenine ricevute in dono per una comunione, che resterebbero esentati da qualsiasi tassazione. L’agevolazione fiscale al 12,5%, una cifra ben al di sotto dell’aliquota attuale sul capital gain che si attesta al 26%, si applicherebbe esclusivamente a beni precisi e circoscritti: si parla, infatti, di lingotti o placchette dal peso minimo di un grammo, i quali devono possedere una purezza non inferiore a 995 millesimi. Una distinzione, questa, fondamentale, che mira a delimitare con chiarezza il perimetro dell’intervento, escludendo dalla nuova tassazione la gioielleria comune e concentrandosi invece su quella che viene universalmente riconosciuta come una forma di investimento, la cui compravendita, spesso, sfugge ai radar del fisco.
Le reazioni e il contesto internazionale
Sebbene si sottolinei che “la tassa sull’oro non inciderà sul distretto” produttivo nazionale, la proposta si inserisce in un dibattito più ampio sulla tassazione dei beni rifugio, mentre Donald Trump, nuovamente presidente degli Stati Uniti, riporta la propria agenda politica al centro della scena globale. L’iniziativa del governo italiano, pertanto, viene osservata con attenzione non solo per i suoi risvolti interni, ma anche come un possibile indicatore di tendenze fiscali in un’epoca di crescente indebitamento pubblico. La corsa all’oro, con i suoi segreti per chi compra o vende, potrebbe dunque conoscere una nuova fase, più regolamentata, sebbene il successo dell’operazione dipenderà in larga misura dalla volontà dei privati di aderire a uno schema che, pur offrendo un’agevolazione, introduce un prelievo su un bene tradizionalmente considerato al sicuro dall’erario.




