Bergamo, primo caso in Italia con il nuovo farmaco che ritarda il diabete giovanile

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Non guarisce, e forse non guarirà mai del tutto, ma sposta più in là il confine oltre il quale la malattia prende il sopravvento. Il Teplizumab, antiCorpo monoclonale approvato dall’Agenzia europea del farmaco (Ema) nel gennaio 2026, è stato somministrato per la prima volta in Italia a un paziente adulto proprio all’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. La destinataria della terapia, una donna di trentaquattro anni con un profilo di rischio elevatissimo per lo sviluppo del diabete di tipo 1, si trovava in quella che i medici definiscono condizione di prediabete: una fase silenziosa, in cui il sistema immunitario ha già iniziato ad attaccare le cellule beta del pancreas, ma la malattia non si è ancora manifestata con i sintomi classici, come la sete eccessiva o la perdita di peso inspiegabile.

Come funziona l’anti monoclonale che guadagna tempo

Il meccanismo d’azione del Teplizumab, va detto, non neutralizza la causa ultima del diabete autoimmune, ma agisce come un freno. Modula la risposta dei linfociti T, quelli che erroneamente distruggono le cellule produttrici di insulina, ritardando così l’esordio clinico della patologia. Gli studi clinici, quelli che hanno preceduto l’ok europeo, parlano chiaro: in media si guadagnano circa due anni liberi dalla malattia. Due anni senza punture quotidiane, senza il conteggio dei carboidrati, senza il monitoraggio glicemico continuo. Per una persona giovane, o anche solo per un adulto che si affaccia a una diagnosi temuta, quel tempo non è affatto secondario.

Un percorso ancora in fase di autorizzazione selettiva

L’accesso al trattamento, va precisato, non è ancora libero né tantomeno generalizzato. A partire dalla fine del 2024, in attesa del via libera definitivo dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), la procedura è stata riservata a pazienti accuratamente selezionati. I criteri? Bisogna trovarsi allo stadio 2 del diabete di tipo 1, quello che i medici chiamano prediabete, e presentare almeno due anticorpi anti-beta cellula nel sangue. L’indicazione parte obbligatoriamente da uno specialista, e la somministrazione – come nel caso bergamasco – richiede l’approvazione di un Comitato etico. Nessun automatismo, insomma, e nessuna possibilità di richiederlo come fosse un farmaco di pronta prescrizione.

La svolta bergamasca nella terapia del prediabete

L’Ospedale Papa Giovanni XXIII, che già durante la pandemia si era distinto per la gestione dell’emergenza, diventa così un polo d’avanguardia anche nella ricerca clinica applicata al diabete giovanile. La donna di trentaquattro anni trattata con l’infusione dell’anti monoclonale rappresenta un caso pionieristico nel panorama nazionale, perché finora le somministrazioni di Teplizumab – laddove erano state effettuate – avevano riguardato quasi esclusivamente adolescenti o bambini. L’adulto, si è sempre pensato, ha un sistema immunitario meno reattivo o comunque diverso; e invece questo primo caso italiano dimostra che i confini dell’eleggibilità possono estendersi. Nessuno parla ancora di guarigione, e sarebbe fuorviante farlo. Ma spostare in avanti l’orologio della malattia, per chi è ad alto rischio, cambia radicalmente la qualità della vita.

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