L'avanzata silenziosa: un'auto su dieci in Europa è cinese, mentre l'export di Pechino sfonda il milione di unità
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Redazione Economia
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Se il dibattito pubblico italiano, spesso ipnotizzato da dinamiche politiche transatlantiche, fatica a cogliere certi segnali epocali, sono i numeri a raccontare una realtà ineludibile: l'industria automobilistica cinese ha definitivamente rotto gli argini e sta riconfigurando gli equilibri del mercato globale. I dati diffusi dall'Anfia, l'associazione dei costruttori italiani, certificano una svolta epocale per il Vecchio Continente: nel primo semestre del 2026, infatti, una vettura su dieci immatricolate in Europa porta un marchio cinese.
Un'incursione che non è più un'allerta, ma una realtà strutturale, alimentata da un export che, nel mese di giugno, ha toccato per la prima volta la soglia del milione di unità, segnando un incremento del 75,1% su base annua secondo i dati della China Association of Automobile Manufacturers.
Un'auto su dieci in Europa, l'Italia è il secondo mercato
Nel Vecchio Continente il dominio cinese si misura in numeri ormai impossibili da ignorare: con 550mila nuove immatricolazioni nella prima metà del 2026, i costruttori del Dragone hanno raggiunto una quota di mercato del 9,3 per cento nell'Unione Europea, mentre la media sale al 10,5% se si considera l'intero continente. L'Italia, in particolare, si conferma un terreno particolarmente fertile per questa espansione, attestandosi come secondo mercato europeo per volumi dopo il Regno Unito, con una penetrazione che tocca il 12,5% nel primo quadrimestre.
Un balzo che non è stato fermato nemmeno dai dazi compensativi introdotti da Bruxelles, a dimostrazione della competitività dei modelli cinesi, spesso posizionati su fasce di prezzo vantaggiose e in grado di attrarre un pubblico ampio, sia nel segmento delle citycar che in quello delle utilitarie compatte. Il mercato italiano, nello specifico, ha visto trionfare nel primo semestre il modello Leapmotor T03, una citycar che ha letteralmente dominato le classifiche delle elettriche, totalizzando 21.841 unità vendute e rappresentando quasi un'auto elettrica su tre immatricolate nel nostro Paese.
Il paradosso dell'export: il boom estero e il crollo interno
A rendere ancora più iconico questo momento storico per l'industria di Pechino è il paradosso che lo alimenta. Mentre le vendite interne continuano a calare in maniera preoccupante, segnando a giugno un -23% su base annua e il nono mese consecutivo di flessione, le esportazioni hanno assunto un ruolo di traino assoluto per la filiera. Il mercato interno cinese, gravato dalla fine di alcuni incentivi governativi e da una concorrenza interna al calor bianco che ha persino portato al divieto di vendere sottocosto, arranca.
Al contrario, le spedizioni oltreconfine sono aumentate dell'82,1% a giugno, raggiungendo 882.000 veicoli. Di questo passo, Pechino potrebbe chiudere l'anno sfiorando i 10 milioni di veicoli esportati, dimostrando come la capacità produttiva e la verticalizzazione della filiera delle batterie e dei semiconduttori stiano ripagando gli enormi investimenti statali. Secondo le proiezioni di AlixPartners, la quota dei costruttori cinesi in Europa è destinata a salire al 16% entro il 2030, e in Italia potrebbe toccare addirittura una forbice tra il 22 e il 30% del mercato totale.
Il sorpasso dell'elettrico: una vettura su due è "new energy"
La motorizzazione di questa avanzata è inequivocabile: l'elettrico. Per la prima volta nella storia, nel mese di giugno le esportazioni di veicoli a nuova energia (NEV), che includono le auto elettriche pure e le ibride plug-in, hanno superato il 50% delle spedizioni totali, raggiungendo le 523mila unità. Questo dato conferma come la Cina abbia trasformato il proprio gap tecnologico in un vantaggio competitivo decisivo, riuscendo a offrire al mercato globale, Europa compresa, prodotti tecnologicamente avanzati a prezzi spesso inferiori del 20% rispetto alla concorrenza.
Nel semestre, le esportazioni di NEV hanno toccato 2,355 milioni di unità, con un incremento del 120% rispetto al 2025. Un trend che sconvolge le gerarchie tradizionali: a dare la carica non sono solo i brand emergenti, ma anche il crescente appetito del mercato europeo per modelli compatti come la già citata T03 o la Dacia Spring, auto "made in China" che hanno conquistato il gradino più alto del podio nelle preferenze italiane per l'elettrico, relegando Tesla alla seconda posizione in termini di volume.
La sfida alla produzione europea: costi e dazi non bastano
Se l'avanzata cinese è inarrestabile, lo sguardo si sposta ora sulle ripercussioni per il tessuto industriale europeo. L'Anfia ha sollecitato i regolatori a porre attenzione sulla "desertificazione delle filiere produttive europee", ma per ora i dazi non hanno sortito l'effetto sperato. La vera partita si gioca sui costi di produzione, con Pechino che controlla l'intera catena di approvvigionamento delle batterie, garantendosi costi inferiori fino al 45% rispetto ai concorrenti europei.
La risposta dell'Europa passa anche attraverso la produzione locale di modelli cinesi, come dimostra la strategia di Leapmotor che, grazie alla joint venture con Stellantis, ha già immesso sul mercato le sue citycar con un posizionamento molto aggressivo. L'onda lunga di questo tsunami, come sottolineato da AutoUncle, si farà sentire anche nel mercato dell'usato tra il 2027 e il 2028, quando le auto immatricolate in questi mesi cominceranno a popolare i piazzali dei concessionari con una mole che rischia di stravolgere anche il valore della seconda mano.
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