Il Donbass come merce di scambio: l’ultima stretta di Trump su Kiev tra droni e aiuti dirottati
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Volodymyr Zelensky è atterrato a Riad con un obiettivo preciso nelle sue intenzioni dichiarate – la sigla di “accordi importanti” per la fornitura di droni e intercettori – ma con il peso di una pressione inaudita che grava sulle sue spalle, quella esercitata da un’amministrazione americana che, di fatto, chiede all’Ucraina di cedere il Donbass in cambio di un abbozzo di garanzie future. Il presidente ucraino, in un’intervista recente che ha fatto il giro delle cancellerie, ha confermato ciò che molti analisti temevano: gli Stati Uniti, con Donald Trump tornato alla Casa Bianca, subordinano la prosecuzione del sostegno militare – e persino l’attivazione di quelle famose garanzie di sicurezza tanto agognate – al ritiro delle forze di Kiev dalle porzioni ancora libere delle regioni di Donetsk e Luhansk. Un’ammissione, questa, che arriva mentre il Pentagono, secondo quanto rivelato dal Washington Post, starebbe seriamente valutando di dirottare in Medio Oriente le armi ordinate tramite il programma Purl, quel meccanismo che consente ai membri della Nato di finanziare l’acquisto di armamenti statunitensi – intercettori aerei in primis – per l’Ucraina.
Il nodo degli aiuti e lo spettro del dirottamento
La matassa per Kiev si annoda sempre più stretta, avvolta com’è dalle spire di un conflitto che in Medio Oriente, dove infuria la guerra contro l’Iran, assorbe risorse e attenzioni in misura esponenziale. Il programma Purl, che aveva rappresentato una sorta di salvagente dopo il blocco degli aiuti diretti deciso dall’attuale amministrazione, rischia ora di rivelarsi un’arma a doppio taglio. Il Pentagono, di fronte all’urgenza degli scenari mediorientali, starebbe valutando la possibilità di prelevare gli intercettori già finanziati dagli alleati europei per dirottarli verso il nuovo fronte, con il rischio concreto che le forniture all’Ucraina subiscano ritardi o vengano addirittura azzerate. Una fonte del Dipartimento della Guerra ha tentato di rassicurare, affermando che l’impegno a equipaggiare gli alleati rimane invariato, ma la realtà dei numeri parla di un’enorme voragine: solo nei primi tre giorni dei combattimenti in Iran, sono stati utilizzati più missili Patriot di quanti ne abbia ricevuti l’Ucraina nell’intero arco dell’invasione su larga scala, un dato che Zelensky stesso ha avuto modo di sottolineare.
L’intransigenza di Zelensky e il valore strategico delle fortificazioni
Di fronte a queste pressioni, la risposta di Zelensky è stata netta, quasi sprezzante, se consideriamo il momento di difficoltà. L’idea di abbandonare il Donbass, ha spiegato il leader ucraino, non solo metterebbe a repentaglio la sicurezza del suo paese, ma rappresenterebbe un regalo strategico incalcolabile alla Russia. “Le nostre fortificazioni”, ha affermato, “fanno parte delle nostre garanzie di sicurezza”. Un concetto, questo, che trova conforto nelle analisi dell’Institute for the Study of War, secondo cui cedere ora il Donbass significherebbe consegnare a Mosca una testa di ponte perfetta per future offensive verso le regioni centrali e sud-occidentali dell’Ucraina, vanificando anni di resistenza e di opere difensive. D’altra parte, lo stesso Cremlino, attraverso il portavoce Peskov, ribadisce la propria apertura al dialogo – un’apertura che suona come una presa d’atto della posizione di forza russa sul campo – mentre sul terreno le ostilità non accennano a diminuire.
Droni su Belgorod e Odessa: la guerra continua a dettare l’agenda
Mentre i diplomatici si muovono tra Riad e i tavoli dei negoziati che sembrano non portare a una svolta concreta, la guerra continua a martellare le infrastrutture e i centri abitati. Nelle ultime ore, l’Ucraina ha rivendicato danni significativi alle infrastrutture energetiche della città russa di Belgorod, un obiettivo che negli ultimi mesi è stato colpito ripetutamente con azioni dimostrative di grande efficacia. Il governatore locale, Vyacheslav Gladkov, ha confermato l’accaduto su Telegram, descrivendo la situazione sul suo territorio come critica. Parallelamente, la regione di Odessa è stata nuovamente presa di mira da un attacco di droni russi: un edificio residenziale nella parte meridionale è stato danneggiato e, sotto le macerie, si teme ci sia almeno un’altra vittima oltre al ferito già estratto. Una pioggia di quasi quattrocento droni, secondo quanto riferito, si è abbattuta nella notte sulla rete petrolifera russa e su obiettivi strategici come il porto di Ust-Luga, nel golfo di Finlandia, segno che la capacità offensiva ucraina – nonostante la carenza di munizioni – rimane intatta e pericolosa.




