Il silenzio di Israele sulla guerra dei coloni in Cisgiordania: “mi vergogno di essere ebreo”, parole dell’ex capo del Mossad

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La confessione, per quanto cruda, arriva da chi quella sicurezza l’ha costruita per decenni. “Mi vergogno di essere ebreo”: Tamir Pardo, ex numero uno del Mossad, ha scelto parole pesantissime per descrivere ciò che accade in Cisgiordania sotto gli occhi – e con la tacita approvazione – del governo israeliano. Non è un attivista improvvisato, ma un ex capo dell’intelligence, uno che ha giurato di proteggere lo Stato e che ora, visitando villaggi come Burin e Hamra, dice di aver assistito a torture, umiliazioni e terre confiscate. E accanto a lui, generali in pensione dell’Idf, quelli che un tempo comandavano le truppe e oggi guardano sgomenti i coloni fare razzia.

Dal 7 ottobre 2023, il giorno dell’attacco di Hamas contro Israele, la violenza dei coloni è letteralmente esplosa. In Cisgiordania vivono illegalmente più di 750mila israeliani – una colonizzazione massiccia che la comunità internazionale ha sempre condannato senza però mai fermare. Il 2025 era già stato un anno record: otto palestinesi uccisi dai soli coloni. Ma dall’inizio del 2026, in poco più di quattro mesi, il bilancio è già peggiorato. Pardo non usa giri di parole: “Lo Stato sceglie di ignorare l’orrore e qui getta le basi per il prossimo 7 ottobre”. Una profezia inquietante, formulata da chi di minacce interne ed esterne se ne intende.

Violenza sessuale come arma di espulsione

C’è un elemento, nei rapporti recenti, che trasforma la sopraffazione in sistematica pulizia etnica. Il West Bank Protection Consortium ha pubblicato un rapporto intitolato “Violenza sessuale e trasferimento forzato in Cisgiordania”: negli ultimi tre anni i ricercatori hanno documentato 16 casi di molestie e violenze sessuali commesse da soldati e coloni contro palestinesi. Un numero – lo ammettono gli stessi autori – largamente sottostimato, perché molte vittime non denunciano. Lo stigma, nella società palestinese, è ancora devastante; denunciare uno stupro significa spesso essere rispostati dalla propria famiglia. Eppure la tattica è chiara: umiliare, terrorizzare, violare i corpi per svuotare le case. I palestinesi vengono costretti ad abbandonare i villaggi non solo con le ruspe e gli sfratti, ma con la violenza sessuale. Un metodo brutale che trasforma la Cisgiordania in una “zona di caccia”, come l’ha definita più di un osservatore internazionale.

I picchi di sangue nel 2026: numeri che gridano

Mentre i riflettori internazionali restano puntati su Iran e Libano – sui razzi, sulle diplomazie, sulle flotte militari – la carneficina minore, quella quotidiana, avanza in Cisgiordania. I dati di Acled, che monitora i conflitti nel mondo, parlano chiaro: nel marzo del 2026 sono stati uccisi otto palestinesi per mano dei coloni israeliani. Un numero che, nell’arco di dieci anni di rilevamenti, era stato raggiunto una sola volta: nell’ottobre del 2023, subito dopo l’attacco di Hamas contro i civili israeliani. Due picchi, quindi. Il primo scatenato dallo shock del 7 ottobre; il secondo, nel 2026, segnala che la violenza dei coloni non è più una reazione, ma una strategia silenziosa e continua. Acled raccoglie dati dal 2016 in Palestina, e mai come oggi si registra una sequenza così fitta di raid, di stupri menzionati nei rapporti umanitari, di confische mascherate da “operazioni di sicurezza”.

Nessuna condanna ufficiale del governo israeliano, nessun passo indietro chiesto ai coloni. Anzi, loro si muovono con la protezione di fatto dell’esercito, quando non insieme ai soldati. Pardo e gli altri generali hanno visto tutto questo: torture, umiliazioni, terra bruciata. E lui, l’ebreo che ha diretto il Mossad, dice oggi di vergognarsi. Perché quello che accade a Burin, a Hamra e in decine di altri villaggi non è la difesa di Israele. È, nelle sue parole, il seme del prossimo disastro.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.