Tragedia a Terlizzi, tre ciclisti uccisi da un’auto: la federazione in lutto e l’odio che divide

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Tre vite spezzate in un attimo, un’intera comunità sportiva piegata dal dolore. Sandro Abruzzese, Vincenzo Mantovani e Antonio Porro, ciclisti della sezione Avis di Andria, sono stati travolti e uccisi questa mattina da un’automobilista sulla provinciale 231, nei pressi di Terlizzi. La Federazione Ciclistica Italiana, attraverso le parole del presidente Cordiano Dagnoni, ha espresso «il più profondo cordoglio» per una tragedia che ha lasciato senza parole il movimento sportivo pugliese. «Ci uniamo al dolore delle famiglie e del gruppo Ciclo Avis Andria», ha aggiunto, sottolineando la gravità di un lutto che ha colpito non solo chi conosceva le vittime, ma tutti quelli che ogni giorno condividono la strada con chi pedala.

Quello che doveva essere una tranquilla uscita domenicale si è trasformato in un incubo poco dopo le 8.30. Il gruppo, composto da diversi ciclisti, procedeva in fila indiana lungo la statale quando un’auto – una Lancia Delta – li ha raggiunti a velocità elevata. Alcuni dei sopravvissuti hanno raccontato di aver sentito il veicolo arrivare alle loro spalle «a folle velocità». L’automobilista, secondo le prime ricostruzioni, sarebbe riuscito a evitare il primo gruppetto sterzando all’ultimo momento, ma nel tentativo di rientrare in carreggiata ha investito in pieno Abruzzese, Mantovani e Porro. L’impatto è stato violentissimo: le bici sono state ridotte a rottami, l’auto è finita contro il guardrail con il parabrezza frantumato.

A colpire, oltre alla dinamica dell’incidente, è stata la reazione di una parte dell’opinione pubblica, che sui social e non solo ha trasformato il dolore in polemica. Mentre le indagini sono ancora in corso e l’automobilista è sotto inchiesta per omicidio stradale, sono emersi commenti carichi di astio verso i ciclisti, accusati di occupare la strada «inutilmente». Un rancore che, invece di alimentare una riflessione sulla sicurezza stradale, ha scavato un solco tra chi considera le due ruote un pericolo e chi le difende come simbolo di mobilità sostenibile

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