Tumori, nel 2025 quasi trecentosessantaduemila nuovi casi: calano i decessi ma il divario tra nord e sud si ridefinisce sugli stili di vita

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Salute Redazione Salute   -   Sfogliando i dati epidemiologici presentati dall’Associazione Italiana dei Registri Tumori e dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica, emerge un quadro fatto di luci e ombre piuttosto articolato per la salute degli italiani: si stimano per il 2025 circa 362.100 nuove diagnosi di tumore maligno, un numero che, se da un lato si attesta al di sotto delle proiezioni formulate negli anni passati, dall’altro conferma l’impatto imponente della patologia sulla popolazione. A fronte di una sostanziale stabilità rispetto al biennio precedente – anche se fonti come il rapporto AIOM parlano di circa 390.000 casi, considerando metodologie di conteggio differenti – il dato che colpisce è la progressiva erosione del tradizionale vantaggio del Mezzogiorno in termini di minore incidenza. La riduzione del divario, spiegano gli esperti, non è dovuta a un peggioramento al Sud in senso assoluto per tutte le neoplasie, quanto piuttosto a una diffusione di stili di vita meno salutari, i quali vanno ad appiattire le differenze geografiche che un tempo vedevano le regioni meridionali più protette.

Se andiamo a guardare la classifica delle patologie più frequenti, la prostata si conferma il tumore più diagnosticato negli uomini con oltre 31.200 casi previsti, seguito dal polmone e dal colon-retto, entrambi attestati intorno ai 27.000 e 23.000 nuovi casi rispettivamente. Nella popolazione femminile, il carcinoma della mammella rimane di gran lunga il più diffuso, con una stima che supera i 55.000 casi, una realtà che impone una riflessione capillare sull'efficacia dei percorsi di screening e presa in carico. È proprio sul fronte della diagnosi precoce, va detto, che si registrano alcuni dei progressi più incoraggianti: l'adesione ai programmi di screening mammografico è passata dal 30% del 2020 al 50% del 2024, con un recupero significativo anche nel Sud Italia dove la partecipazione è triplicata, passando dal 12% al 34%.

La sopravvivenza a cinque anni migliora ma resta un gap del cinque per cento per chi risiede al sud

Il rovescio della medaglia, però, riguarda la qualità dell'assistenza e le reali possibilità di cura una volta che la malattia è stata diagnosticata. La sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi è aumentata per la maggior parte dei tumori, portando l'Italia a performance migliori rispetto alla media europea: si pensi all'86% di sopravvivenza nel tumore al seno o al 64,2% per il colon-retto. Tuttavia, questo dato positivo nasconde una disomogeneità territoriale che i ricercatori dell'AIRTUM non esitano a definire strutturale. Esiste infatti un divario del 5% nella sopravvivenza a sfavore delle regioni meridionali e insulari rispetto al Centro-Nord, una differenza che non può essere spiegata solo da fattori biologici ma che affonda le radici nella capacità dei sistemi sanitari regionali di garantire percorsi diagnostico-terapeutici efficienti.

Lo conferma un dato impressionante: per gli interventi di chirurgia mammaria, circa il 15% delle pazienti residenti al Sud è costretto a spostarsi in un'altra regione, un fenomeno di mobilità sanitaria passiva che triplica i valori registrati nel Nord Italia, dove la fuga si attesta intorno al 5%. In regioni come la Calabria, la percentuale di interventi per carcinoma mammario eseguiti fuori dal territorio regionale sfiora punte del 50%, un esodo che racconta di una fiducia lesionata nei confronti delle strutture locali e di una difficoltà oggettiva ad accedere a centri ad alto volume di interventi. Questo gap, lungi dall'essere un dettaglio statistico, si traduce in ritardi, costi aggiuntivi e, talvolta, in una minore aderenza ai protocolli di cura ottimali.

L'allarme sui tumori del polmone in aumento nelle donne e il peso della sedentarietà

Analizzando i trend per genere, emerge un'altra dinamica degna di nota. Mentre negli uomini l'incidenza del tumore al polmone è in calo da anni – con una diminuzione del 16,7% tra il 2003 e il 2017 – nella popolazione femminile si registra un incremento vertiginoso dell'84,3% nello stesso arco temporale, un riflesso ritardato della diffusione dell'abitudine al fumo tra le donne a partire dagli anni Settanta. È un segnale chiaro che le campagne di prevenzione devono essere costantemente ricalibrate, tenendo conto delle coorti generazionali e delle abitudini sociali. Il fumo, va ricordato, resta un fattore di rischio fortemente correlato allo svantaggio sociale: coinvolge il 36% delle persone con difficoltà economiche contro il 21% di chi non ne dichiara.

Parallelamente, preoccupa il dato sull'eccesso ponderale che riguarda il 43% della popolazione adulta, un fattore di rischio ormai acclarato per diverse neoplasie. Dopo anni di crescita inesorabile, la sedentarietà mostra una lieve flessione, passando dal 32% del 2020 al 27% del 2024, ma i numeri restano elevati e contribuiscono a quel cocktail di stili di vita non salutari che sta appiattendo il gradiente Nord-Sud. Non si tratta più, quindi, di un divario geografico netto e definito una volta per tutte, ma di un mosaico in cui le vecchie certezze – il Sud che si ammala meno – vengono sostituite da una complessità nuova, dove la prevenzione primaria e l'accesso equo alle cure diventano le vere discriminanti per il futuro dell'oncologia italiana.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.