Allarme per il tumore del colon-retto: "In Sicilia meno del 20% aderisce agli screening"
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Redazione Salute
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Ogni venticinque minuti, in Italia, si registra un decesso a causa del tumore del colon-retto, una patologia oncologica che, se individuata in fase precoce, presenta tassi di sopravvivenza significativamente elevati. A lanciare un monito sulla situazione, definita senza mezzi termini come critica, è Giuseppe Galloro, professore ordinario di Chirurgia generale presso l’Università Federico II di Napoli e neo eletto presidente della Società italiana di endoscopia digestiva. Galloro, il cui impegno alla guida della Sied si concentrerà proprio sul potenziamento delle attività di prevenzione, ha sottolineato come il miglioramento delle adesioni agli screening, attualmente in uno stato "molto scadente", costituirà uno dei cardini fondamentali del suo mandato triennale.
Il preoccupante dato siciliano
La fotografia che emerge dalla Sicilia, regione tradizionalmente afflitta da complesse problematiche sanitarie, è particolarmente allarmante. Nell’Isola, infatti, la percentuale di adesione ai programmi di screening per il tumore del colon-retto non supera la soglia del venti per cento, un dato che si discosta marcatmente dalla media nazionale e che colloca il territorio in una posizione di netto ritardo. A confermare questo quadro desolante, che è stato recentemente analizzato nel corso di un evento tenutosi ai Cantieri Culturali della Zisa a Palermo, vi è un punteggio di appena 49 su 100 assegnato alle attività di screening regionali, un indice che lascia ben poco spazio all’interpretazione.
L'andamento epidemiologico nazionale
Il contesto in cui si inserisce questa emergenza preventiva è caratterizzato da numeri che destano profonda preoccupazione a livello nazionale. Il carcinoma del colon-retto, come riportato dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica, si configura come il secondo tumore più frequente, immediatamente dopo quello alla prostata per gli uomini e al seno per le donne, con un’incidenza che si aggira intorno ai cinquantamila nuovi casi diagnosticati ogni anno. A rendere ancor più complesso il panorama, del quale si occupano quotidianamente gli specialisti, è il riscontro di un incremento, definito come allarmante, delle forme cosiddette precoci, che si manifestano cioè in individui di età inferiore ai cinquant’anni.
La risposta della scienza
Nonostante l’aumento dei casi giovanili e la mortalità che permane elevata quando la diagnosi arriva in ritardo, questo tumore rimane uno di quelli che meglio rispondono alle strategie di prevenzione secondaria. Gli esami di screening, primo fra tutti la ricerca del sangue occulto nelle feci, permettono di individuare lesioni pretumorali o la malattia in uno stadio iniziale, consentendo interventi terapeutici meno invasivi e con esiti estremamente favorevoli. È proprio su questo divario, tra l’efficacia dimostrata degli strumenti diagnostici e la loro effettiva fruizione da parte della popolazione, che le istituzioni mediche e sanitarie sono chiamate a intervenire con urgenza, soprattutto in quelle regioni dove l’adesione è più bassa.




