L'inflazione rallenta, ma a Napoli i prezzi crescono più che a Roma e Milano
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Redazione Economia
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Nonostante i dati nazionali, che a settembre 2025 segnalano un rallentamento dell’inflazione con una variazione annua dell’+1,6%, le dinamiche dei prezzi continuano a gravare in modo disomogeneo sui bilanci delle famiglie, le quali si trovano a fronteggiare una realtà quotidiana ben diversa dalle statistiche. L’indice dei prezzi al consumo per l’intera collettività, stando alle rilevazioni dell’Istat, conferma infatti una flessione dello 0,2% su base mensile, un dato che, se da un lato sembra indicare una tregua, dall’altro nasconde forti tensioni su beni primari e rilevanti differenze territoriali. È in questo contesto, per nulla rassicurante, che si inserisce la cosiddetta “stangata d’autunno”, un rincaro che colpisce in particolare alcune città, con Napoli in testa, dove la crescita dei prezzi supera quella registrata in metropoli come Roma e Milano.
Il caro-vita che non dà tregua
A pesare sulle tasche degli italiani, nonostante il quadro generale apparentemente stabilizzato, sono soprattutto i prodotti agro-alimentari, i cui aumenti, ormai fuori controllo dal 2021, hanno raggiunto livelli storici. Pane, pasta, latte e verdura, per citare alcuni beni di prima necessità, hanno subito rincari che oscillano tra il 50% e il 70%, mentre altri alimenti di larghissimo consumo, come l’olio extravergine d’oliva e le mele, hanno visto raddoppiare o persino più che raddoppiare il proprio prezzo di vendita. Questi rialzi, che si sono susseguiti ininterrottamente negli ultimi anni, rappresentano un problema sociale ed economico di primaria importanza, erodendo il potere d’acquisto in modo sistematico e profondo.
Le disparità geografiche e il peso reale della spesa
L’inflazione, che pure mostra un tasso generale stabile, non si manifesta in maniera uniforme lungo la penisola, creando sperequazioni significative nel costo della vita. L’analisi condotta da Assoutenti delinea un panorama in cui una famiglia media con due figli si trova a spendere ben 343 euro in più all’anno, soltanto per l’acquisto di cibo e bevande, se paragonato a quanto spendeva nel 2024. Una cifra che, seppur calcolata su base nazionale, assume contorni più severi in determinate aree, come appunto il capoluogo campano, dove la pressione sui consumatori risulta più accentuata. I dati Istat, d’altronde, confermano questa tendenza: se l’inflazione complessiva si attesta all’+1,6%, i prezzi dei beni alimentari nel loro insieme segnano un aumento del +3,7%, con una punta preoccupante del +4,8% per i prodotti non lavorati.
Le controspinte energetiche e le voci in controtendenza
Accanto al capitolo spesa, che rimane il più critico per le finanze domestiche, si registrano andamenti contrastanti in altri settori. Se da un lato, infatti, si assiste a un rallentamento dei prezzi dei servizi legati ai trasporti e di alcuni prodotti alimentari non lavorati, dall’altro tornano a crescere, dopo una fase di relativa calma, i costi dell’energia, sia nella componente regolamentata che in quella non regolamentata. Questo rinnovato rialzo dei beni energetici, seppur contenuto, rischia di aggravare ulteriormente la situazione, agendo come un moltiplicatore di costi che si ripercuote su tutta la filiera produttiva e, in ultima analisi, sui listini finali che i cittadini si trovano a pagare.




