Inchiesta arbitri, le designazioni “combinate” e il giallo della bussata in Var
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Redazione Sport
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La procura di Milano, come noto, ha messo nel mirino un meccanismo che, se confermato, riscriverebbe le gerarchie del potere arbitrale in Italia. La domanda che agita gli addetti ai lavori non riguarda tanto l’esistenza di favoritismi, quanto la loro natura sistematica. Ci si chiede, in altre parole, se le “designazioni combinate” – quelle che avrebbero orientato la scelta dei fischietti per alcune partite chiave – fossero semplici episodi di compiacenza o il sintomo di un controllo occulto. Il tribunale di Milano, a tal proposito, ha un calendario ben preciso di partite sotto la lente: si va dal Bologna-Inter all’Inter-Milan, entrambe giocate a San Siro. Per la prima fu designato Andrea Colombo, per la seconda Daniele Doveri; entrambi, va detto, sono già stati ascoltati dalla Procura in qualità di persone informate sui fatti, senza che per ora siano emersi elementi decisivi a loro carico.
L’interrogatorio di Gervasoni e l’ombra della bussata in sala Var
Diverso, e ben più complesso, è il capitolo che riguarda Andrea Gervasoni, ex supervisore Var autosospeso. L’uomo, difeso dall’avvocato Michele Ducci, è stato ascoltato per quasi quattro ore dal pm Ascione in una sede della Guardia di Finanza a Milano. Un interrogatorio, quello di Gervasoni, incentrato su un’unica partita, Salernitana-Modena dell’8 marzo 2025, l’unica a comparire nel capo d’incolpazione per frode sportiva. Al centro del fascicolo c’è un’intercettazione – captata tra due persone non meglio specificate – dalla quale emergerebbe che Gervasoni avrebbe bussato alla porta della sala Var per influenzare la decisione dell’arbitro Giua. Un rigore, concesso al Modena, venne poi revocato dopo la visione al monitor; e proprio quel ribaltamento, secondo gli inquirenti, non sarebbe stato spontaneo.
La difesa: “Gervasoni in un’altra palazzina, nessuna interferenza”
La strategia difensiva, come trapela dall’uscita del legale Michele Ducci, si basa su un alibi logistico piuttosto netto. “Abbiamo chiarito come Gervasoni non abbia interferito in nessun modo – ha dichiarato l’avvocato – anche perché si trovava in un’altra palazzina”. Una precisazione, questa, che mira a spezzare il nesso fisico tra la presunta “bussata” e la postazione Var. Resta da capire, però, come la Procura sia riuscita a ottenere quella traccia audio e cosa contenga esattamente. L’ex supervisore, da parte sua, esclude al 100% qualsiasi forma di manomissione, come aveva già anticipato in relazione a un altro episodio celebre, quello dell’audio Var di Inter-Roma. Ma il nucleo dell’indagine, al momento, resta circoscritto alla partita di serie B dell’8 marzo.
L’unico capo d’incolpazione e la frontiera delle intercettazioni
Nell’avviso di garanzia notificato a Gervasoni, infatti, non c’è traccia delle partite di San Siro né di altre presunte combine. Solo Salernitana-Modena. Un dettaglio non secondario, perché delimita l’area del contestato intervento di Gervasoni a un singolo match, peraltro di categoria inferiore rispetto ai grandi palcoscenici milanesi. Eppure, la sostanza dell’accusa è pesante: l’ex designatore avrebbe usato il suo ruolo per calmierare le scelte in campo, bussando – metaforicamente o meno – alla porta della cabina di regia del Var. L’intercettazione, su cui la Procura sta lavorando, rappresenta la prova regina, anche se la difesa ne contesta l’interpretazione. Non ci sono, al momento, altri indagati per questo filone, né si prefigurano sviluppi immediati. L’inchiesta, insomma, viaggia su due binari paralleli: da un lato le presunte combine nelle designazioni dei big match, dall’altro l’ombra di un intervento diretto e “fisico” sulla Var. Se il primo aspetto mette in discussione la governance arbitrale, il secondo colpisce il cuore stesso della tecnologia più avanzata a disposizione del calcio.




