Il giallo della “bussata” al Var: Gervasoni si difende con le planimetrie, ma le intercettazioni parlano
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Redazione Sport
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MILANO – La procura di Milano, nelle more di un’indagine che ormai si trascina da mesi con il ritmo serrato degli incartamenti giudiziari, ha messo nero su bianco un elemento che scardina la quiete del mondo arbitrale: Gianluca Rocchi e Andrea Gervasoni, i due vertici della designazione fino a poco tempo fa, erano già sotto intercettazione telefonica e ambientale più di un anno fa. Una circostanza, questa, che restituisce il senso della profondità dell’inchiesta promossa dal pm Maurizio Ascione, la quale non si limita più ai sospetti dell’ex assistente Rocca ma affonda le radici in una lunga attività di captazione. Ed è proprio da uno di questi file audio, custoditi come prove in un fascicolo che ipotizza il reato di frode sportiva, che emerge la difesa – a dir poco singolare – del supervisore Var Andrea Gervasoni, chiamato a rispondere non di un complotto globale, bensì di un episodio circoscritto ma emblematico accaduto durante Salernitana-Modena dell’8 marzo 2025.
Il “caso Salernitana-Modena” e la difesa dell’impossibilità fisica
Al centro del capo d’imputazione per Gervasoni – che, insieme a Rocchi, ai varisti Luigi Nasca e Rodolfo Di Vuolo, e a Daniele Paterna (quest’ultimo per falsa testimonianza), compone il novero dei cinque indagati – c’è la presunta ingerenza su un calcio di rigore prima concesso e poi revocato ai danni degli emiliani. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, Gervasoni avrebbe utilizzato il metodo ormai tristemente noto come la “bussata” sul vetro della sala Var di Lissone per indirizzare i colleghi, alterando di fatto la decisione tecnica. Lui, il supervisore, ha però respinto l’accusa con un’argomentazione che trasforma il processo in una lezione di geometria: “Era materialmente impossibile”. Nel corso di un interrogatorio durato circa quattro ore, il difensore (l’avvocato Michele Ducci) ha infatti depositato una planimetria dettagliata, dimostrando che il suo assistito, quel giorno, si trovava nella “palazzina” dedicata ai match di Serie A, mentre la sala Var per la Serie B – quella in cui sarebbe stato commesso il presunto illecito – sorge in un edificio distante alcuni minuti a piedi. Il lasso di tempo concesso ai varisti per visionare il replay, spiega la difesa, fu di soli quindici o venti secondi: “Non posso volare da un edificio all’altro”, avrebbe ribadito Gervasoni, cercando di smontare la tesi accusatoria con un “dato fisico insuperabile” che ricorda, per assurdo, le vecchie perizie cinematiche dei casi di cronaca giudiziaria.
Intercettazioni scomode e lo spettro di San Siro
Se Gervasoni si è rinchiuso nel perimetro della sua unica imputazione, rifiutando (legittimamente) di rispondere sul resto, il resto dell’inchiesta racconta una storia ben più ampia e inquietante. L’accusa non si basa solo su testimonianze anonime, ma su conversazioni reali captate dagli investigatori. In particolare, una intercettazione rivela che il 2 aprile 2025, a San Siro in occasione di Inter-Milan, Rocchi fu sorpreso a discutere con alcuni dirigenti riguardo le designazioni future. Tra i nomi che spuntano nei brogliacci, ci sarebbero arbitri ritenuti “graditi” o “sgraditi” alla squadra nerazzurra, allora in piena lotta per il Titolo. E mentre i pm milanesi tengono ancora il punto interrogativo sulla reale identità degli interlocutori (anche se un dirigente dell’Inter sarebbe finito nei verbali), ciò che filtra è la consapevolezza di un sistema: le “bussate” non erano un evento casuale, ma forse una prassi occulta per indirizzare le gare. Lo stesso ex guardalinee Domenico Rocca, padre dell’esposto originario, nelle scorse settimane aveva descritto il meccanismo come un “toc toc” capace di ribaltare una decisione in pochi secondi, anche se Gervasoni, sull’episodio specifico di Inter-Roma (fallo di Ndicka su Bisseck e rigore negato), è stato categorico: “L’audio manomesso? Lo escludo al 100%”.
L’ombra del “modellino” e il silenzio di Rocchi
La strategia difensiva messa in atto dal supervisore Var, insomma, rischia di trasformare l’aula giudiziaria in un tribunale delle distanze e dei cronometri, laddove la procura ritiene invece di avere prove più solide di semplici interferenze fisiche. Per i magistrati, l’esistenza di intercettazioni in cui terze persone parlano delle pressioni esercitate da Gervasoni costituisce un indizio grave, indipendentemente dal fatto che lui fosse o meno nella stanza sbagliata in quel preciso minuto. A complicare ulteriormente il quadro, la posizione di Gianluca Rocchi, l’ex designatore che ha scelto la strada del silenzio di fronte al pm (l’interrogatorio sarebbe stato “al buio”, senza atti a disposizione secondo i legali) limitandosi a ribadire ai media la propria trasparenza. Mentre la serie A continua a sfornare campionati e la Lega si tiene “alla finestra” in attesa di sviluppi, la giustizia ordinaria sposta l’ago della bilancia su un concetto semplice: le frodi sportive non si consumano solo sul prato verde, ma anche nel corridoio di una palazzina, magari con una semplice “bussata” che, se provata, vale diecimila planimetrie.
Meta Description: Inchiesta arbitri: Gervasoni nega la “bussata” al Var con una planimetria. Rocchi sotto intercettazione a San Siro. La procura di Milano indaga per frode sportiva.




