L’Inter e quel vizio (degli altri) di sbagliare nel momento sbagliato
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Redazione Sport
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Non c’è soltanto la qualità, spesso fin troppo scontata da elencare, a spiegare lo strapotere di questa Inter. C’è piuttosto una capacità, quasi inquietante se la si osserva da fuori, di indurre l’avversario all’autolesionismo tattico e mentale; una dote che trasforma partite potenzialmente equilibrate in esecuzioni sommarie. La conquista della Coppa Italia, sancita ieri allo stadio Olimpico, non fa che aggiungere un altro tassello alla dimensione dominante che Cristian Chivu ha inaugurato di fatto a gennaio, quando il campionato ha cominciato a mostrare il suo verdetto definitivo. Eppure, a impressionare non è tanto la facilità di gol – degna delle migliori corazzate europee – quanto quel lento stillicidio di errori che il rivale finisce col produrre, quasi fosse suggestionato dalla maglia nerazzurra.
Una Lazio vittima del proprio nervosismo, più che degli avversari
Se già le chance di ribaltare il pronostico apparivano ridotte all’osso – e almeno nelle premesse di Maurizio Sarri sarebbero state legate a una concentrazione «folle», per usare le sue parole – la Lazio ha provveduto da sola a rendersi irrilevante. I due gol che hanno deciso la finale, un netto 2-0 firmato prima da un autogol di Marusic al 14’ e poi dal raddoppio di Lautaro Martinez al 35’, sono stati infatti regalati: il primo per una deviazione ingenua su cross senza particolare pericolo, il secondo per una dormita collettiva della retroguardia biancoceleste. L’Inter, in sostanza, non ha dovuto nemmeno forzare la propria supremazia; le è bastato attendere, pressare senza affanno, e raccogliere ciò che l’avversario le consegnava involontariamente.
La decima Coppa Italia e il ritorno a un’epoca lontana (quella di Mourinho)
Con questo successo, il club nerazzurro mette in bacheca la sua decima Coppa Italia, arrivata a distanza di pochi mesi dal ventunesimo scudetto. Una doppietta che mancava da sedici anni, esattamente dalla stagione del Triplete targata José Mourinho (2010), quando l’Inter vinse tutto ciò che c’era da vincere. Stavolta, al primo anno sulla panchina nerazzurra, Chivu agguanta due trofei che verranno festeggiati domenica prossima durante la parata prevista dopo la sfida di San Siro contro il Bologna. I tifosi, intanto, hanno già invaso il Foro Italico a Roma: cori, bandiere e una valanga di entusiasmo per una squadra che, partita dopo partita, sembra aver normalizzato l’eccezionale.
La superiorità mentale come marchio di fabbrica
A differenza di altre corazzate italiane del passato recente, questa Inter non stravince per geometrie impossibili o per talenti individuali sopraffini (pur avendone). Il suo tratto distintivo è diventato quello di produrre, nell’arco dei novanta minuti, un senso di inevitabilità che offusca la lucidità dell’altro. La Lazio ne è l’esempio più lampante: partita chiusa in mezz’ora senza che i nerazzurri dovessero mai sudare davvero. Non è solo strapotere fisico o tecnico, è qualcosa di più sottile. È la consapevolezza – ormai radicata in tutta la Serie A – che contro questa squadra si finisce quasi sempre per sbagliare nel momento sbagliato. E che l’errore, una volta commesso, non viene mai perdonato.




