Famiglia nel bosco, la bambina ricoverata in ospedale per una crisi respiratoria
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Redazione Interno
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La vicenda giudiziaria che ruota attorno alla cosiddetta “famiglia del bosco” – quella coppia anglo-australiana, Catherine e Nathan, finita al centro di un procedimento per l’allontanamento dei figli – registra un nuovo, e per certi versi atteso, capitolo ospedaliero. Una delle bambine, che da mesi si trova in una struttura protetta a Vasto insieme ai fratelli, è stata ricoverata da domenica scorsa a causa di una crisi respiratoria che ha reso necessario un intervento tempestivo per stabilizzare la sua funzionalità polmonare. La notizia, destinata a riaccendere i riflettori mediatici su una situazione già di per sé tesa, è stata diffusa inizialmente dalla Garante nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza, Marina Terragni, la quale, in un post sui social, ha sottolineato un dettaglio che non è certo passato inosservato: la piccola, al momento del ricovero, non aveva la madre accanto.
Secondo quanto precisato dalla stessa Garante, e successivamente ripreso dagli organi di informazione, la bambina è stata assistita da personale educativo della comunità, mentre i genitori – sebbene informati – non erano presenti al suo capezzale in via continuativa. Tuttavia, la narrazione di una presunta "solitudine" della minore ha subito una parziale rettifica a opera della Garante per l’Infanzia della Regione Abruzzo, Alessandra De Febis. Quest’ultima ha fornito una versione dei fatti più sfumata, chiarendo come il ricovero, diagnosticato come “patologia ostruttiva” (verosimilmente una forma di ostruzione delle vie aeree), sia stato disposto in via meramente precauzionale. De Febis ha inoltre aggiunto un elemento che modifica il quadro iniziale: i genitori, lontani dall’essere esclusi, sono stati prontamente avvisati e hanno avuto modo di fare regolare visita alla figlia, sia lunedì che martedì, dimostrando che il diritto alla relazione, seppur limitato dalle prescrizioni del tribunale, non è stato affatto sospeso.
Il giallo delle comunicazioni e la gestione del ricovero
A complicare ulteriormente il racconto di questi giorni è intervenuta una sorta di “giallo” telefonico riguardante le modalità con cui i genitori sono stati avvisati. Se gli operatori della struttura e i servizi sociali sostengono di aver attivato tempestivamente i canali di comunicazione, la madre, Catherine, avrebbe invece dichiarato di non essere stata informata direttamente dell’accaduto, lamentando una sorta di esclusione rispetto alle decisioni mediche. Una disparità di trattamento che, se confermata, alimenterebbe il clima di sfiducia già presente tra la coppia e le istituzioni. In particolare, sembra che il primo a ricevere la chiamata sia stato il padre, Nathan, considerato dalle cronache più “collaborativo” nell’interfacciarsi con i servizi, mentre la madre sarebbe venuta a conoscenza dell’evento solo in un secondo momento, senza poter esercitare quel ruolo di cura che, per natura, le compete.
Nel frattempo, la situazione clinica della minore sembra procedere verso un lento ma costante miglioramento. La bambina, la cui identità è naturalmente protetta dal segreto sulla minore età, avrebbe necessitato di supporto respiratorio attraverso ossigenoterapia e trattamenti aerosolici, ma i parametri vitali sono rientrati in un range di sicurezza. La stessa Garante regionale ha parlato di “situazione sotto controllo”, auspicando una dimissione imminente non appena le condizioni generali lo permetteranno. È in questo frangente che si inserisce il lavoro silenzioso delle educatrici, figure che ormai fungono da sostitute del nucleo familiare originario, garantendo la continuità delle cure e il rispetto delle prescrizioni giudiziarie che vietano un contatto diretto e non supervisionato con i genitori.
Il quadro giudiziario e la reazione politica
Questo episodio, per quanto circoscritto a una patologia respiratoria di modesta entità, ha riacceso le polemiche politiche che avvolgono il caso da mesi. La Lega, che già in passato aveva espresso posizioni critiche nei confronti dell’operato del Tribunale per i Minorenni dell’Aquila e della giudice Cecilia Angrisano, è tornata alla carica con toni particolarmente aspri. Attraverso una nota ufficiale, il partito ha parlato di “grande preoccupazione per lo stato di salute fisico e psicologico dei tre bimbi”, accusando le istituzioni di un “inspiegabile accanimento” nei confronti della famiglia e non escludendo l’avvio di iniziative giuridiche contro i responsabili della gestione del caso. Un intervento che, se da un lato cavalca l’onda emotiva suscitata dal ricovero di una bambina, dall’altro riflette la crescente tensione politica sull’operato della magistratura minorile abruzzese.
A raffreddare gli animi, o per lo meno a fornire un contrappunto istituzionale, ci ha pensato la Garante De Febis, la quale ha lanciato un accorato appello alla tutela della riservatezza. In un contesto mediatico saturo come quello attuale, dove ogni dettaglio viene amplificato e spesso distorto dai social network, la richiesta di proteggere l’identità e la serenità dei minori assume una valenza quasi paradossale: è proprio il diritto a non essere esposti, infatti, a essere più volte violato dalle polemiche pubbliche. La bambina, in questo preciso momento storico, è un soggetto doppiamente vulnerabile: lo è in quanto paziente pediatrico con difficoltà respiratorie, ma lo è soprattutto in quanto pedina di una Guerra dei Roses giudiziaria che si consuma tra aule di tribunale, uffici dei servizi sociali e i banchi del parlamento.
L’assistenza nella casa famiglia e le prospettive di tutela
Lontano dai riflettori del nosocomio, la vita dei tre fratelli prosegue nella casa famiglia di Vasto, una soluzione residenziale che dovrebbe garantire (almeno sulla carta) un ambiente protetto e neutrale, in attesa che la Corte d’Appello si pronunci in via definitiva sul loro futuro. I genitori, sebbene separati forzatamente dai figli da un provvedimento che ha fatto discutere per la sua durezza, mantengono il diritto di visita, seppur esercitato in spazi protetti e alla presenza di terzi. Una situazione psicologicamente logorante, che alcuni osservatori hanno definito “una tortura a lungo termine” per la coppia, costretta a osservare la crescita dei propri figli a distanza, senza poter intervenire sulle scelte quotidiane, come quelle relative alla salute.
La scorsa settimana, a confermare la pesantezza del quadro, è arrivata la decisione della Corte d’Appello per i Minorenni dell’Aquila, che ha respinto il ricorso presentato dai legali della coppia. Al centro del verdetto, che ha ribadito la correttezza dell’allontanamento disposto dal Tribunale, vi è una perizia psichiatrica di quasi duecento pagine. Il documento, che ha suscitato non poche polemiche negli ambienti più vicini alla difesa, descrive profili di “incapacità genitoriale” nei confronti dei genitori, individuando nelle loro modalità educative – legate a uno stile di vita fuori dagli schemi – un potenziale danno per lo sviluppo neuropsicologico dei bambini. I legali della coppia, come prevedibile, hanno annunciato battaglia, sostenendo che la perizia sarebbe viziata da pregiudizi ideologici, ma per ora l’unico dato certo è l’allontanamento della madre, Catherine, che non può più risiedere stabilmente nella struttura con i figli.
Nel concreto, la bambina ricoverata rimane assistita dalle operatrici della comunità, le quali, in assenza della figura materna, stanno svolgendo un lavoro di supplenza emotiva non certo semplice. Se la delega genitoriale è stata affidata allo Stato, sono queste ultime a farne le veci nella quotidianità più cruda, quella dei pasti in ospedale e delle notti insonni a causa della tosse. E mentre i legali discutono di ricongiungimento e i politici tuonano contro l’accanimento giudiziario, la bambina, che forse nemmeno comprende appieno perché la mamma debba suonare il campanello per entrare in stanza, continua la sua degenza, in attesa che l’ossigeno le venga staccato e si possa tornare a parlare di altro.




