La Fed di giugno 2025: un "nulla" che racconta più di quanto sembri
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Redazione Economia
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Quella che molti hanno liquidato come una riunione senza sorprese — "la Fed ha fatto ciò che il mercato si aspettava, ovvero nulla" — nasconde in realtà dinamiche più complesse. Se è vero che i tassi sono rimasti invariati, come previsto, è nel modo in cui la banca centrale ha comunicato la sua decisione che si coglie un cambiamento significativo. Un tono più consapevole, meno tentennante, che riflette una lettura più articolata dell’economia statunitense, tra dati contrastanti e ombre sul futuro.
Wall Street, dopo aver reagito con guadagni alle ultime due riunioni, ha chiuso in lieve ribasso (-0,03%) il giorno dell’annuncio, pareggiando di fatto il bilancio delle sedute FOMC dal gennaio 2022: 14 rialzi e 14 cali. Un equilibrio che racconta la difficoltà di navigare un contesto in cui l’inflazione, pur rallentata al 2,5%, non convince ancora del tutto, mentre i numeri sui consumi di maggio non hanno mostrato pressioni significative. Il "dot plot", la proiezione dei tassi da parte dei membri del FOMC, continua a indicare due tagli nel 2025, ma le revisioni al ribasso delle previsioni di crescita e quelle al rialzo per disoccupazione e inflazione dipingono uno scenario più incerto, quasi stagflattivo.
La riunione del 18 giugno, iniziata alle 20.00 ora italiana, si è svolta in un clima di attesa, con gli occhi puntati non solo sui dati macroeconomici ma anche sulle tensioni geopolitiche e commerciali che potrebbero influenzare la politica monetaria. E mentre la BCE aveva già fatto la sua mossa pochi giorni prima, la Fed ha scelto di mantenere la rotta, resistendo alle pressioni che, da più parti, chiedevano un approccio più aggressivo.
Qui emerge un altro elemento chiave: la Fed, sotto la guida di Jerome Powell, ha evitato di "fare la trumpiana", ovvero di adottare misure dettate da logiche politiche. Nonostante Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, abbia più volte criticato l’istituto centrale per i rialzi dei tassi, la banca ha mantenuto la sua indipendenza, basando le scelte su indicatori economici piuttosto che su esigenze di breve periodo. Una scelta che, se da un lato rassicura i mercati sulla stabilità dell’istituzione, dall’altro lascia intravedere le sfide di un’economia ancora fragile, dove ogni mossa è calibrata su dati che non sempre offrono risposte univoche.




