Trump e Kushner, la pace di Gaza e i fischi per Netanyahu
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Redazione Esteri
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L’accordo tra Israele e Hamas, il cui percorso di attuazione è ormai avviato, ha generato in ogni angolo del pianeta un’ondata di sincero entusiasmo, consegnando all’amministrazione Trump, la quale non aveva mai conosciuto niente di simile, una forma di consenso pressoché universale. Al sollievo, comprensibile, per il termine di una carneficina e per la liberazione, finalmente probabile, di ostaggi e detenuti, si sono però sovrapposte, fin dai primi momenti, delle profonde perplessità sul domani. A nutrire tali incertezze contribuisce non poco la voluta vaghezza del testo, specialmente per quanto concerne i prossimi passi istituzionali: si va dalla delicatissima transizione del potere a un’amministrazione provvisoria, guidata dagli Stati Uniti, fino agli ambiziosi, e per molti versi discutibili, piani di ricostruzione. Questi ultimi, in particolare, sono dominati da un progetto che molti già definiscono come la “riviera di Gaza”, un’idea che pare ritagliata su misura per gli interessi della speculazione immobiliare internazionale.
La piazza di Tel Aviv acclamava Trump e contestava Netanyahu
Le strade di Tel Aviv, ieri sera, erano gremite da una folla immensa, radunata per uno degli ultimi grandi appuntamenti del Forum delle Famiglie degli Ostaggi. La città, che si preparava a ricevere i primi sequestrati liberati, si apprestava al contempo ad accogliere Donald Trump, vero e proprio eroe per quelle migliaia di persone, la cui figura ha finito per oscurare completamente quella di Benyamin Netanyahu. La reazione della piazza, del resto, non ha lasciato spazio a interpretazioni: al solo nominare il premier israeliano, la folla ha risposto con un coro di fischi assordanti, un episodio che segna un momento politico di forte rottura.
La vista dalla Kirya e il peso di quasi due anni di guerra
Dal dodicesimo piano della Kirya, il quartier generale della Difesa israeliana, la piazza appare come un formicaio in movimento, privata però dei dettagli più crudi e personali del dolore che l’ha caratterizzata per mesi: le fotografie dei rapiti, i giocattoli dimenticati, quella tavola apparecchiata ogni settimana in attesa di chi non c’è. Resta ignoto se Benjamin Netanyahu, dalla sua stanza di comando all’interno del Pentagono israeliano, abbia voluto osservare quella scena, lo stesso luogo dove, nel corso dei settecentotrentacinque giorni di conflitto, ha riunito il consiglio di guerra.
L’errore al microfono e il trionfo di un nuovo asse
Mesi di dichiarazioni misurate, di silenzi calcolatissimi, sono stati vanificati da una sola parola pronunciata al momento sbagliato. A inciampare, dal palco dell’evento, è stato Steve Witkoff il quale, nel suo discorso, ha commesso l’imperdonabile errore di pronunciare il nome “Benjamin Netanyahu” di fronte all’assemblea oceanica, riunita per acclamare lui, Jared Kushner e Ivanka Trump, quest’ultima presente sebbene il presidente non fosse ancora arrivato. Una folla di cinquecentomila persone, che ha riservato applausi fragorosi per gli ideatori di questa pace e un biasimo inequivocabile per il leader israeliano, mentre Kushner e Ivanka Trump, da parte loro, hanno tenuto a precisare che “questa pace non è debolezza”, quasi a voler rispondere per tempo a possibili critiche.




