L’impatto dell’intelligenza artificiale sull’occupazione, la fotografia della Bce e le proposte degli economisti del Mit
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Redazione Economia
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Il dibattito pubblico, spesso polarizzato tra chi inneggia a un futuro di automazione totale e chi profetizza una imminente catastrofe occupazionale, tende a semplificare una realtà che appare, almeno osservando i dati odierni, molto più sfumata. Un’analisi pubblicata dalla Banca Centrale Europea, firmata dagli economisti Laura Lebastard e David Sondermann, offre una prospettiva che si discosta dalla narrazione dominante, suggerendo come, nel breve periodo e nel contesto europeo, l’adozione dell’intelligenza artificiale non stia affatto determinando una riduzione della forza lavoro. Anzi, esaminando le risposte di circa cinquemila imprese dell’area euro, emerge con chiarezza come le aziende che investono in queste tecnologie, o che ne fanno un utilizzo intensivo, mostrino una propensione statisticamente significativa ad assumere nuovo personale, con una probabilità maggiore rispettivamente del due e del quattro per cento rispetto a quelle che non lo fanno. La ragione di questo fenomeno, spiegano gli autori, risiede probabilmente nella necessità di integrare competenze specializzate per sviluppare, implementare e gestire sistemi complessi, un processo che richiede figure altamente qualificate e che, per il momento, sembra bilanciare – e persino superare – l’effetto di sostituzione in alcuni specifici settori.
La strategia italiana e l’osservatorio nazionale
In questo quadro europeo in divenire, l’Italia ha mosso un passo formale per dotarsi di strumenti di analisi e governance. Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha infatti pubblicato il primo documento che getta le basi per l’istituzione di un Osservatorio nazionale dedicato all’adozione dei sistemi di intelligenza artificiale nel mondo del lavoro. Il testo, una raccolta strutturata di contributi eterogenei, non si limita a fotografare lo stato dell’arte, ma si propone come una bussola per orientare la transizione, affrontando temi cruciali che vanno dall’adeguamento delle competenze, con il conseguente rischio di skill mismatch, fino all’analisi delle professioni più esposte al cambiamento e all’impatto sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. L’iniziativa, che si inserisce nel più ampio contesto regolatorio europeo dell’AI Act, mira a costruire un punto di vista nazionale strutturato, capace di leggere i fenomeni in atto e di fornire elementi utili per le politiche attive, concentrandosi sulla necessità di formare profili professionali adeguati, soprattutto in ambito STEM, per non farsi trovare impreparati di fronte all’accelerazione tecnologica.
La tesi del “pro-worker AI” dal Mit
Parallelamente alle analisi macroeconomiche delle istituzioni e agli sforzi dei governi nazionali, il dibattito accademico si interroga sulla direzione stessa che lo sviluppo tecnologico dovrebbe prendere. Un recente paper pubblicato per The Hamilton Project della Brookings Institution, firmato da tre economisti del Mit del calibro di Daron Acemoglu, David Autor e Simon Johnson – quest’ultimi due premi Nobel –, mette in discussione quello che definiscono un “paradigma” dominante: l’idea che l’intelligenza artificiale debba essere necessariamente sviluppata per sostituire l’essere umano. La loro tesi, riassunta nel concetto di intelligenza artificiale “pro-worker”, sostiene che la traiettoria attuale, influenzata da una visione quasi fantascientifica che mira a macchine sempre più autonome e capaci di rimpiazzare integralmente le capacità umane, non è affatto l’unica percorribile. Al contrario, essi immaginano e auspicano un modello di innovazione in cui la tecnologia diventi uno strumento di amplificazione delle competenze, un supporto all’expertise umana piuttosto che un suo sostituto, citando esempi concreti come l’uso di chatbot vocali per assistere i lavoratori con disabilità uditive nel settore delle consegne.
Due visioni a confronto tra presente e futuro
La fotografia scattata dalla Bce, che pure rileva come solo una minoranza di imprese – circa il quindici per cento – utilizzi l’AI con l’obiettivo dichiarato di ridurre il costo del lavoro, con conseguenti effetti negativi sulle assunzioni, non deve indurre a facili ottimismi. Gli stessi economisti della banca centrale avvertono che l’orizzonte temporale è cruciale: se nel breve periodo l’effetto è neutrale o persino positivo, le aspettative per i prossimi cinque anni, come rilevato da un sondaggio dell’istituto tedesco Ifo, sono molto diverse, con oltre un quarto delle imprese che prevede riduzioni di personale proprio a causa dell’automazione. È esattamente in questo scarto temporale, in questa differenza sottile tra l’oggi e il domani, che si inserisce la riflessione degli economisti del Mit. La loro critica radicale non riguarda tanto i dati presenti, quanto la filosofia che guida la ricerca e gli investimenti privati, i cui modelli di business sono spesso più orientati all’automazione che all’integrazione della forza lavoro. Il vero nodo, per Acemoglu, Autor e Johnson, non è rallentare il progresso, ma orientarne consapevolmente la direzione attraverso politiche pubbliche mirate – come incentivi fiscali che non favoriscano gli investimenti in macchine a scapito delle assunzioni, o programmi di finanziamento pubblico che premiamo soluzioni “pro-worker” – affinché l’aumento di produttività promesso dall’AI non si traduca in un sacrificio della stabilità sociale e del valore del lavoro umano.




