Lino Banfi, 90 anni di Oronzo Canà: la bi-zona e le battute che hanno fatto la storia del calcio

Lino Banfi, 90 anni di Oronzo Canà: la bi-zona e le battute che hanno fatto la storia del calcio
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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Nel giorno del suo novantesimo compleanno, Lino Banfi riceve l'abbraccio ideale di un Paese intero che lo ha consacrato, ormai da decenni, come uno dei pilastri assoluti della commedia all'italiana. La data del 9 luglio segna un traguardo imponente per l'attore barese, la cui maschera più celebre, quella del tecnico Oronzo Canà, resta indelebilmente legata all'immaginario collettivo degli appassionati di calcio e non solo.

Dai campi polverosi della Longobarda alle battute taglienti al "Bar dello Sport", il suo contributo alla cultura pop è un patrimonio che attraversa le generazioni e che, a dispetto del passare del tempo, continua a strappare sorrisi con la stessa efficacia di quarant'anni fa. La carriera di Banfi è costellata di personaggi indimenticabili, ma il suo rapporto con il pallone e con la parodia del calcio giocato ha assunto i contorni di un fenomeno sociale e antropologico, capace di trasformare un film del 1984 in un manuale di vita (e di improbabili strategie calcistiche) per milioni di tifosi.

La tattica della bi-zona e il mito della Longobarda

Quando si parla di Lino Banfi in ambito sportivo, il pensiero corre immediatamente a "L'allenatore nel pallone", il capolavoro diretto da Sergio Martino che ha regalato al cinema italiano alcune delle sequenze più esilaranti e citate di sempre. Il personaggio di Oronzo Canà, tecnico burino e disperato della fittizia Longobarda, è diventato il simbolo di un calcio minore, fatto di improvvisazione, scaramanzia e di una tattica tanto rivoluzionaria quanto assurda: la famigerata "bi-zona".

Questa invenzione lessicale, nata dalla fusione tra la difesa a zona e l'istinto del cane da pastore, è entrata nel gergo comune al punto da essere ancora oggi evocata ogni qualvolta si assista a un assetto difensivo particolarmente arretrato o confusionario. Gli spezzoni del film, insieme a quelli tratti da altre pellicole cult come "Vieni avanti cretino" e "Al Bar dello Sport", rappresentano una sorta di patrimonio genetico della comicità tricolore, un repertorio di battute che ogni vero tifoso conosce a memoria e che viene tramandato di padre in figlio come un rituale laico.

Dalla vocazione mancata al successo nel teatro di varietà

Prima di diventare il "nonno d'Italia" grazie al ruolo di Nonno Libero nella serie televisiva "Un medico in famiglia", iniziata nel 1998, il giovane Pasquale Zagaria (questo il vero nome dell'attore) aveva intrapreso un percorso che nulla aveva a che fare con i set cinematografici. La sua straordinaria avventura nel mondo dello spettacolo, iniziata nel 1954 con il teatro di varietà a Milano, è stata preceduta da una vocazione religiosa che, se fosse stata portata a termine, avrebbe cambiato per sempre il corso della storia del cinema italiano.

Fu un incontro fortuito, o forse il destino, a salvarlo da quella strada: pare che fu il grande Totò, incontrato casualmente, a consigliargli di abbandonare l'idea della tonaca per abbracciare quella, ben più congeniale, della ribalta. Dopo il trasferimento a Roma, il debutto televisivo e i primi ruoli sul grande schermo, avvenuti nel 1960 sotto la regia di Lucio Fulci in "Urlatori alla sbarra", hanno segnato l'inizio di una carriera monumentale che avrebbe raggiunto il suo apice negli anni Settanta e Ottanta, decenni in cui Banfi è diventato un'icona incontrastata della commedia.

Il commissario Auricchio e il volto del "nonno d'Italia"

Accanto al tecnico Canà, la filmografia di Lino Banfi è costellata di personaggi che hanno segnato altrettanto profondamente il costume nazionale, come il memorabile e tirannico Commissario Auricchio in "Fracchia la belva umana" del 1981. In quel caso, la sua interpretazione di un poliziotto burbero e metodico, in perenne conflitto con il malcapitato Paolo Villaggio, ha dimostrato la sua straordinaria versatilità, capace di spaziare dalla comicità più becera e popolare a quella più sofisticata e surreale.

Il suo stile unico, caratterizzato da un'inconfondibile inflessione pugliese e da una gestualità esagerata ma mai fuori misura, ha generato una galleria di maschere di culto assoluto, rendendolo uno degli attori più amati e trasversali del panorama italiano.

A novant'anni suonati, Banfi continua a essere percepito dal pubblico come una figura rassicurante e paterna, un nonno per tutti che, con la sua ironia, ha saputo raccontare le contraddizioni e le manie di un intero Paese, regalando momenti di pura leggerezza che restano impressi nella memoria collettiva molto più di tanti drammi di grande impegno civile.

Gli auguri della figlia Rosanna e il valore di un'eredità culturale

Nella giornata del suo compleanno, tra gli innumerevoli messaggi di affetto che gli sono giunti da colleghi, amici e appassionati, spicca l'abbraccio della figlia Rosanna, che ha voluto rivolgergli un pensiero augurale pubblico, sottolineando l'importanza della salute in questa fase della vita. La figlia, che per anni è stata anche la sua agente e manager, ha ereditato dal padre la passione per il mondo dello spettacolo, rappresentando un tassello fondamentale nella gestione della sua carriera.

Ma al di là degli affetti familiari, il traguardo dei 90 anni di Lino Banfi assume un significato che va oltre la semplice ricorrenza anagrafica: è un momento per ripercorrere la storia di un attore che ha saputo raccontare l'Italia ridendo, trasformando i difetti nazionali in pregi comici. La sua eredità è fatta di battute immortali, di situazioni paradossali e di un umanesimo profondo che traspare anche nei ruoli più sopra le righe, e il suo nome, ancora oggi, è sinonimo di una comicità popolare che ha fatto da collante sociale in decenni di profonde trasformazioni.

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