Massive Attack, arrestato Robert Del Naja per il sostegno a un’organizzazione messa al bando
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La notte di sabato scorso, l’undici aprile, ha portato con sé un’operazione di polizia che difficilmente passerà inosservata nel panorama della contestazione politica britannica: Robert Del Naja, frontman dei Massive Attack e figura di spicco della scena musicale internazionale, è stato arrestato a Londra, precisamente a Trafalgar Square, durante una manifestazione di massa organizzata dal gruppo Palestine Action. Quest’ultimo, vale la pena ricordarlo, è stato classificato come organizzazione terroristica dal governo britannico già nel corso dell’anno precedente, una designazione che ne ha di fatto vietato qualsiasi forma di sostegno pubblico, anche solo simbolico.
Del Naja – che molti conoscono anche con lo pseudonimo di “3D”, artista poliedrico, musicista, compositore e produttore, nonché membro fondatore e pilastro indiscusso del gruppo trip-hop originario di Bristol – è stato prelevato dagli agenti mentre partecipava a una protesta pacifica contro il divieto imposto su Palestine Action. Secondo le prime ricostruzioni, l’artista era seduto per terra, accanto a decine di altri manifestanti, reggendo un cartello con una scritta chiara: «Mi oppongo al genocidio, supporto Palestine Action». Un gesto, apparentemente silenzioso e non violento, che la polizia metropolitana londinese ha invece considerato come un atto di sostegno a un’organizzazione messa al bando dal Terrorism Act.
Oltre duecento arresti e una legge che allarga le maglie del reato
L’arresto di Del Naja non rappresenta un episodio isolato, bensì si inserisce in un’operazione di polizia su larga scala che ha portato all’arresto di più di duecento persone nel corso della stessa giornata. La manifestazione, va detto, era stata indetta per opporsi alla messa al bando di Palestine Action, un gruppo che nelle settimane precedenti aveva organizzato una serie di azioni dimostrative davanti a edifici istituzionali e sedi di aziende considerate legate alla fornitura di armi a Israele. Tra i presenti, molti erano seduti in cerchio, alcuni con cartelli, altri semplicemente in silenzio. La polizia, comunque, ha proceduto con l’arresto sulla base del sospetto di aver manifestato sostegno a un’organizzazione proscritta, senza che fosse necessario dimostrare atti violenti o istigazione diretta.
Lo stesso Del Naja, una volta rilasciato, ha definito l’accaduto «pura follia». In una dichiarazione rilasciata subito dopo la scarcerazione – avvenuta nel giro di poche ore – ha commentato così l’accaduto: «A proposito di follia, nella Gran Bretagna del 2026 si può essere arrestati in base al Terrorism Act per il semplice fatto di stare seduti in silenzio, tenendo in mano un cartello in cui c’è scritto che ti opponi al genocidio e sostieni azioni non violente per impedirlo. Ovviamente tutti sanno che è pura follia».
Le parole di Del Naja e il costo della disobbedienza civile
Non si è trattato, nelle parole dell’artista, di un tentativo di giustificare l’accaduto, bensì di una presa d’atto delle contraddizioni insite nella normativa antiterrorismo attualmente in vigore nel Regno Unito. «Un arresto illegittimo», ha proseguito Del Naja, «solo perché reggi un cartello in cui dici che ti opponi al genocidio, è un piccolo prezzo da pagare. La democrazia, i diritti civili, le libertà sono stati costruiti su piccoli gesti come questi». Una riflessione, la sua, che sembra richiamare una tradizione di disobbedienza non violenta più volte invocata in passato da altre figure pubbliche, ma che stavolta si scontra con un quadro giuridico reso più rigido dopo l’ondata di proteste legate al conflitto in Medio Oriente.
Va ricordato che Palestine Action è stata posta fuorilegge dal governo britannico dopo una serie di azioni ritenute lesive dell’ordine pubblico, tra cui blocchi stradali, occupazioni di sedi aziendali e danneggiamenti a proprietà di società considerate vicine all’industria bellica israeliana. La sua designazione come organizzazione terroristica comporta conseguenze penali severe per chiunque ne sostenga pubblicamente le finalità, anche in assenza di atti violenti. Un aspetto, questo, che ha sollevato numerose critiche da parte di associazioni per i diritti civili, le quali denunciano una deriva restrittiva della libertà di espressione.
Un artista, un cartello e il confine sottile tra protesta e reato
L’arresto di Robert Del Naja – che tra l’altro non è nuovo a prese di posizione politiche nette, avendo spesso utilizzato la propria musica e la propria immagine per sostenere cause legate ai diritti umani e alla giustizia sociale – riaccende dunque i riflettori su un tema spinoso: dove finisce il diritto di manifestare pacificamente e dove inizia il reato di sostegno a un’organizzazione proscritta? La domanda, per ora, resta aperta. Quello che i fatti raccontano è che sabato scorso, a Trafalgar Square, un musicista di fama mondiale è stato prelevato da terra, portato in commissariato e poi rilasciato senza che fosse formulata alcuna accusa formale oltre a quelle legate alla partecipazione alla protesta.
Non ci sono, al momento, ulteriori sviluppi giudiziari a suo carico, né risulta che il cantante debba comparire davanti a un tribunale nelle prossime settimane. Tuttavia, l’episodio ha messo in luce la portata della legislazione antiterrorismo britannica, capace di trasformare un semplice cartello in un potenziale reato. Del resto, le oltre duecento persone arrestate lo stesso giorno – un numero che secondo alcune fonti avrebbe superato le cinquecento, considerando anche le successive ondate di fermati – confermano che non si è trattato di un caso isolato, bensì di una strategia coordinata di repressione delle proteste filopalestinesi.




