Fabio Gallina, l’imprenditore sequestrato in villa: «Picchiato, legato e spogliato. Sono sconvolto»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   «Sono sconvolto. Non riesco a dormire. Ma adesso ho più che mai bisogno di riposare». La voce è affaticata, quasi un soffio, quella di Fabio Gallina, 61 anni, fondatore – insieme al fratello Paolo – dell’azienda dolciaria Forno d’Asolo. Parla a fatica, l’imprenditore, dopo le tre ore di incubo vissute domenica sera nella sua villa di via Ca’ Bembo a San Zenone degli Ezzelini, dimora cinquecentesca che si alza su una collinetta proprio davanti al centro del paese. Ad aspettarlo, sotto casa, c’era una banda composta da tre rapinatori: lo hanno bloccato mentre rientrava, e da quel momento è cominciata una sequenza di violenza brutale e gratuita. Lo hanno picchiato, legato e infine spogliato, prima di lasciarlo – dopo un sequestro durato circa tre ore – in uno stato di profondo shock fisico e psicologico. È stato Gallina stesso a liberarsi, riuscendo poi a chiedere aiuto in una pizzeria vicina.

«Non alzare la testa e resta immobile»: la dinamica del blitz e la furia dei banditi

La dinamica del colpo, ricostruita frammentariamente dagli investigatori, parla di un agguato studiato nei minimi dettagli. I tre malviventi – del cui volto, al momento, non si hanno descrizioni precise se non quelle che emergeranno dalle immagini delle telecamere della zona – hanno colpito con una decisione e una freddezza che fanno pensare a professionisti del settore. «Non alzare la testa e resta immobile», gli hanno intimato dopo averlo steso con un pugno in faccia. Gallina è stato quindi immobilizzato, privato degli indumenti – una tecnica che serve a togliere alla vittima ogni possibilità di fuga immediata o di nascondere oggetti utili – e tenuto sotto costante minaccia per tutto il tempo della detenzione. Non sono stati resi noti i dettagli sul bottino né sulla presenza di armi, ma la violenza impiegata lascia intendere una banda pronta a tutto pur di raggiungere il proprio scopo.

Il parallelismo con l’assalto ad Arcugnano: «Forse la stessa banda che colpì l’ex senatore Alberto Filippi»

Ciò che rende il caso ancora più inquietante, agli occhi di chi indaga, è il forte sospetto che questa stessa cellula criminale possa aver già agito in Veneto con modalità pressoché identiche. La brutalità, la pianificazione e alcune specifiche prassi operative – tra cui la tendenza a colpire imprenditori o figure note nelle loro residenze isolate – suggeriscono un collegamento con la rapina messa a segno sabato scorso ad Arcugnano, nel Vicentino, ai danni dell’ex senatore della Lega Alberto Filippi. «Forse è la stessa banda», hanno confidato fonti vicine alle indagini, senza però ufficializzare ancora alcuna certezza processuale. Quel che è certo è che il modus operandi si ripete: vittime sorvegliate, ingressi rapidi, violenza fisica come strumento di intimidazione e controllo, e una capacità di far perdere le proprie tracce che lascia presupporre una conoscenza approfondita dei luoghi e delle abitudini dei malcapitati.

Un’escalation di rapine in Veneto: i precedenti di Fontaniva e Pieve di Soligo

Non si tratta, purtroppo, di episodi isolati. Il Veneto sta attraversando una fase di crescente tensione per quanto riguarda i reati predatori in ambito residenziale, specie nelle ville isolate o semi isolate abitate da professionisti e commercianti. Il 19 febbraio, a Fontaniva (Padova), gli imprenditori Florinda Bortolazzo e il marito Giampietro Nicolini sono stati legati e imbavagliati in casa da tre rapinatori, che sono poi fuggiti con un bottino di diecimila euro tra contanti e gioielli. Il 13 marzo, invece, a Pieve di Soligo, il dentista Alessandro Bubola, la moglie Rossella Tramet e due dei loro tre figli hanno subìto un assalto armato: tre banditi, muniti di coltelli e pistola, hanno preso a pugni lui – per costringerlo ad aprire la cassaforte – e sono scappati con quindicimila euro tra denaro e monili. Le forze dell’ordine parlano chiaro: bande organizzate, che si informano preventivamente sulle vittime, sui loro orari e sulle difese passive dell’abitazione. Solo sistemi d’allarme efficaci e ben integrati, spiegano gli investigatori, riescono talvolta a far desistere questi gruppi prima che passino all’azione.

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