“A casa con mamma e papà”: l’Italia è seconda solo alla Corea del Sud nella classifica Ocse dei giovani che non lasciano il nucleo familiare

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il dato, certificato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico e depositato presso la commissione Casa del Parlamento europeo, ha il peso di una certificazione ufficiale: in Italia il 79% dei giovani tra i 20 e i 29 anni vive ancora con i genitori, una percentuale che sale all’80% se si allarga lo sguardo agli under 30 nel loro complesso, e che regge il confronto – si fa per dire – con una sola altra democrazia avanzata, la Corea del Sud, ferma all’82%. Sette sono i Paesi sviluppati, tutti compresi nell’area mediterranea o nell’Europa centro-orientale, in cui la quota di ragazzi che condividono il tetto con i genitori supera la soglia del 70%: oltre a Italia e Corea del Sud troviamo Spagna, Slovacchia, Grecia, Polonia e Slovenia, mentre la media dei trentotto Stati aderenti all’Ocse si attesta intorno al 50% e quella europea, calcolata sui ventisette, al 55%. All’estremo opposto, laddove l’autonomia abitativa è la regola più che l’eccezione, i giovani danesi lasciano la casa familiare nella misura del 12% – seguono Finlandia, Norvegia e Svezia con percentuali comprese tra il 20 e il 22% – a testimonianza di come la geografia dell’emancipazione, in Europa, disegni una frattura profonda tra il Nord e il Sud del continente.

Il costo della casa e la paura di non farcela

Il documento dell’Ocse, che il Sole 24 Ore ha potuto consultare nella versione integrale trasmessa alla commissione presieduta dall’eurodeputata Irene Tinagli, non si limita a fotografare la permanenza forzata: prova a spiegarne le ragioni strutturali, e la prima, quasi ovvia nella sua evidenza, riguarda il caro-abitazioni. I canoni d’affitto, cresciuti in tutte le aree metropolitane e in modo particolare a Roma, città che l’indagine prende a emblema del fenomeno, hanno reso introvabile persino la singola stanza per studenti o lavoratori precari; laddove un bilocale in zone centrali come Trastevere supera abbondantemente i 1.800 euro mensili – con clausole contrattuali che, come nel caso degli annunci visionati, escludono espressamente le coppie e persino gli italiani, riservando l’accesso agli stranieri in possesso di solide garanzie patrimoniali – e una camera condivisa nel quartiere Africano si affitta a 870 euro, utenze escluse, la domanda sorge spontanea: con quale stipendio, con quale contratto, un venticinquenne può anche solo immaginare di firmare una fideiussione?.

Non è un caso, allora, che il rapporto Ocse evidenzi come il 60% dei diciottenni e ventiquattrenni italiani dichiari di temere, nei prossimi due anni, di non riuscire a trovare un’abitazione adeguata: una percentuale che sale oltre il 70% in Grecia e Spagna, a dimostrazione che l’ansia abitativa è ormai una costante strutturale dei Paesi a forte pressione turistica e a bassa mobilità sociale. La paura, qui, non è vaga: è il timore concreto di non poter sostenere un mutuo per via delle condizioni di accesso al credito sempre più restrittive, o di dover destinare più della metà del proprio reddito – quando il reddito c’è e quando è stabile – al pagamento di un affitto che non genera alcun patrimonio per il futuro.

Il paradosso occupazionale: i trentenni esclusi dalla ripresa

Sul versante del lavoro, e qui il quadro si fa se possibile ancora più intricato, i numeri Istat diffusi a dicembre 2025 raccontano un paradosso difficile da districare: il tasso di occupazione complessivo ha toccato i livelli massimi degli ultimi vent’anni, attestandosi intorno al 62%, eppure l’incremento degli occupati ha coinvolto tutte le classi d’età tranne una, quella dei venticinquenni e trentaquattrenni, che invece risulta in flessione. Sono proprio loro, i giovani-adulti che dovrebbero aver concluso il percorso di studi e consolidato una prima esperienza professionale, a restare indietro: assunti con contratti che si interrompono prima ancora di cominciare, o inseriti in percorsi di tirocinio e formazione che non si trasformano mai in rapporti di lavoro a tempo indeterminato, quei venticinquenni faticano a mettere insieme i requisiti che i proprietari degli immobili e le agenzie immobiliari richiedono – busta paga, anzianità contributiva, garanzie reali – e rimangono, loro malgrado, nel perimetro del nucleo familiare di origine.

La condizione abitativa, insomma, non è che la proiezione fisica di una fragilità reddituale che colpisce proprio la fascia d’età nella quale, in qualsiasi altro Paese europeo, si compiono le scelte di vita decisive: la convivenza, il matrimonio, la genitorialità. Il fatto che a Roma, come a Milano e a Napoli, si moltiplichino le coppie che scelgono di mantenere due residenze separate – lui a casa dei suoi, lei a casa dei suoi – per non affrontare l’esborso di un affitto intero, è il sintomo più evidente di una transizione all’età adulta che non trova compimento, e che trasforma la famiglia da luogo affettivo a unico ammortizzatore sociale rimasto in funzione.

La dimensione culturale e il welfare familiare

L’Ocse, nel suo rapporto, inserisce una notazione che sfugge alla rigidità dei modelli econometrici e apre uno squarcio sulla specificità italiana: esiste, accanto alle motivazioni strettamente finanziarie, una componente culturale che induce una parte dei giovani – anche quelli che potrebbero economicamente permettersi di uscire di casa – a procrastinare il distacco. Non si tratta di pigrizia, o almeno non solo, e non si tratta neppure di quel termine, “bamboccioni”, che pure per anni ha dominato il dibattito pubblico riducendo una questione strutturale a difetto caratteriale; piuttosto, si tratta di un modello di welfare domestico nel quale la famiglia allargata fornisce servizi – pasti, lavanderia, sostegno nei momenti di difficoltà – che altrove vengono garantiti dallo Stato o dal mercato, e che in Italia, in assenza di politiche pubbliche robuste per l’autonomia giovanile, diventano il principale, spesso l’unico, argine contro la precarietà.

A Roma, dove l’indagine Ocse viene calata nel vissuto quotidiano con una precisione quasi etnografica, questa commistione tra necessità e scelta assume contorni netti: il ragazzo che frequenta l’università e vive a Montesacro, la studentessa fuorisede che rinuncia alla stanza in affitto per fare avanti e indietro ogni giorno dalla cintura metropolitana, il professionista che ha un contratto da duemila euro al mese ma non lascia l’appartamento dei genitori perché, facendo due conti, la convenienza economica a restare è superiore ai benefici simbolici di una autonomia appena raggiunta. Non è, e il rapporto lo precisa, una questione di libertà individuale: è la libertà, invece, a essere fortemente condizionata quando il costo dell’indipendenza diventa così elevato da scoraggiare anche chi, in astratto, potrebbe permettersela.

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