Trump rilancia il negoziato con l’Iran ma la Casa Bianca non abbassa la tensione: “Pronto a scatenare l’inferno”
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Redazione Esteri
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La finestra di una trattativa, ancora tutta da verificare nella sostanza, si riapre tra gli Stati Uniti e l’Iran con una formula che sembra ormai caratteristica della nuova presidenza americana: parole che sembrano tendere alla distensione, azioni che invece mantengono alta la pressione militare e diplomatica. Donald Trump, che siede nuovamente alla Casa Bianca, ha dichiarato che gli iraniani “vogliono fare un accordo a tutti i costi ma hanno paura di dirlo”, un’affermazione che arriva in un momento di particolare fibrillazione per l’intera area del Golfo Persico. A rincarare la dose, rendendo esplicita la linea dura dell’amministrazione, ci ha pensato la portavoce Karoline Leavitt, la quale ha specificato che il presidente “non bluffa” ed è pronto a “scatenare l’inferno”. Una dichiarazione, quest’ultima, che svela la natura ambivalente di una strategia dove il ricorso alla diplomazia convive – o forse compete – con la minaccia di un’escalation militare immediata.
Le mosse sul campo: marines e nuovi schieramenti
A rendere ancora più intricato il quadro è il divario che sembra aprirsi tra le parole pronunciate da Trump e i movimenti concreti sul terreno. Nonostante l’apertura ai negoziati, infatti, arrivano notizie di un nuovo reclutamento nell’area e della revisione delle regole d’ingaggio, oltre all’invio di ulteriori contingenti di marines. Una spia rossa, questa, che si accende sui radar della guerra mentre Israele, da parte sua, prosegue senza sosta nell’attività di bombardamento, alimentando la percezione di un conflitto che, anche se non dichiarato apertamente, sta già assumendo contorni sempre più definiti. La contraddizione, solo apparente, tra la retorica della trattativa e la realtà del rafforzamento militare rappresenta il filo conduttore di una fase in cui gli Stati Uniti sembrano voler tenere aperto ogni canale, senza però rinunciare a esercitare una pressione massima che, nelle intenzioni, dovrebbe portare Teheran al tavolo delle trattative in condizioni di debolezza.
La crisi dello Stretto di Hormuz e l’accusa di “terrorismo economico”
Sullo sfondo di questo braccio di ferro tra Washington e Teheran, le acque dello Stretto di Hormuz tornano a essere il teatro principale della tensione. Il Parlamento iraniano sta lavorando a un progetto per l’introduzione di pedaggi per il transito navale, una mossa che gli Emirati Arabi Uniti hanno definito senza mezzi termini come un atto di “terrorismo economico”. A lanciare l’accusa è stato Sultan al Jaber, alto dirigente petrolifero a capo della gigantesca compagnia statale Abu Dhabi National Oil Co., il quale ha inasprito la retorica emiratina in una fase in cui il conflitto – seppur in forma latente – si avvicina ormai al primo mese di intensificazione. Al Jaber, intervenendo a un evento organizzato dal Middle East Institute di Washington, ha sottolineato come l’utilizzo dello Stretto come strumento di pressione costituisca un atto che non si limita a colpire una singola nazione, minando invece le fondamenta degli equilibri commerciali e della sicurezza energetica globale. Le sue parole rappresentano un campanello d’allarme per l’intera regione, dove un terzo del petrolio via mare transita proprio attraverso quel passaggio obbligato.
Il fronte interno italiano: sfratti, occupazioni e il referendum sulla giustizia
Mentre la crisi internazionale tiene alta la tensione, il quadro italiano offre uno spaccato diverso ma non meno intenso di conflitti sociali e istituzionali. Nei pressi di Bologna, una coppia ha occupato un’abitazione nonostante fosse già stata emessa e convalidata la convalida di sfratto, un episodio che riaccende il dibattito sul delicato equilibrio tra diritto alla proprietà e tensioni abitative. Una situazione analoga, seppur con dinamiche diverse, si registra a Comiso, dove una donna, Maria, non riesce a riprendere possesso della casa di sua proprietà, in un intreccio burocratico e giudiziario che si trascina ormai da tempo. Il tema dei diritti e delle procedure giudiziarie diventa centrale anche nell’agenda politica nazionale, con il referendum sulla giustizia che si avvicina. Il programma “Tg4 – Diario del giorno” ha ospitato il confronto tra Ettore Rosato, che si è espresso a favore del Sì, e Matteo Ricci, portavoce delle ragioni del No. Un faccia a faccia, quello tra i due esponenti, che ha messo in luce le diverse visioni sull’architettura del sistema giudiziario italiano, senza però offrire spazi per conclusioni univoche.




