Giorgio Ricci e il progetto Oaktree: l’Inter punta al consolidamento globale tra nuovo stadio e branding culturale
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Redazione Sport
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L’aria in viale della Liberazione, da quando il fondo Oaktree ha assunto il pieno controllo della società, è cambiata radicalmente, e a certificare la profondità di questa trasformazione ci ha pensato Giorgio Ricci, Chief Revenue Officer nerazzurro, in una lunga intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport. Ricci, tornato all’Inter nel novembre del 2024 dopo una lunga parentesi alla Juventus e una prima esperienza in nerazzurro tra il 2012 e il 2024, ha tracciato le coordinate di un disegno industriale che va ben oltre la semplice gestione dell’ordinario. Se Beppe Marotta, confermato alla presidenza, rappresenta la continuità e la garanzia dell’area sportiva, l’ex dirigente bianconero incarna invece quella svolta manageriale voluta dagli americani per aumentare la massa critica del club. La proprietà, contrariamente a chi immaginava una fase di austerity o di mera riduzione dei costi, sta invece iniettando risorse fresche e competenze per allargare i confini del marchio, con l’obiettivo dichiarato di stabilizzare la squadra nell’élite del calcio che conta, dentro e fuori dal campo. Il ragionamento del dirigente parte da un presupposto fondamentale: per una realtà che ambisce a competere ai massimi livelli, guardare al di là dei confini nazionali non è un vezzo, ma una necessità imprescindibile per garantire la sostenibilità del ciclo virtuoso intrapreso.
L’ambizione europea e il parallelo con il Paris Saint-Germain
Uno dei passaggi più interessanti dell’intervista di Ricci riguarda l’analisi del posizionamento del brand Inter nel contesto continentale. Il dirigente, con una certa lucidità, ha accostato le sorti del club italiano a quelle del Paris Saint-Germain, sottolineando come entrambe le società soffrano oggettivamente della mancanza di un traino poderoso da parte dei rispettivi campionati nazionali, a differenza di quanto accade per i club che militano in Premier League. “Inter e Psg”, ha spiegato Ricci, “vantano la stessa audience a livello globale”, e il divario in termini di ricavi con i club che li precedono nelle classifiche europee, se si analizzano i soli ascolti della Champions League, si assottiglia in maniera sorprendente. Il problema, semmai, è strutturale e riguarda la difficoltà di monetizzare questa popolarità: la Serie A, a differenza del campionato inglese, non garantisce una piattaforma in grado di assicurare un’esposizione internazionale settimanale e continuativa, elemento che invece è determinante quando si tratta di sedersi al tavolo per negoziare accordi di sponsorizzazione con partner globali. È qui che si inserisce la strategia del fondo statunitense, che non solo non ha imposto tagli, ma ha approvato un piano di investimenti da circa cento milioni di euro per l’ammodernamento dei centri di allenamento e per potenziare la macchina commerciale, con un’attenzione particolare al mercato nordamericano, oltre che al Medio Oriente e all’Estremo Oriente, territori in cui il brand è già radicato.
Il nuovo stadio come volano per moltiplicare le entrate
Il tassello centrale di questo ambizioso progetto di crescita, che si pone l’orizzonte del 2031 come data per l’ingresso stabile nella top ten europea per fatturato, è rappresentato senza dubbio dalla costruzione del nuovo impianto. Ricci è stato piuttosto analitico nello spiegare come l’incremento di fatturato legato a una nuova struttura non dipenda solo dalla capienza, ma soprattutto dalla capacità di ripensare gli spazi e i servizi. Attualmente, la percentuale di posti dedicati all’ospitalità premium a San Siro si aggira attorno al 3-4%; nel progetto del nuovo stadio, l’obiettivo è quadruplicarla, portandola a circa il 15% della capacità totale, che si attesterà comunque sopra i 70mila spettatori. Questo significa che oltre diecimila posti saranno destinati a settori hospitality, con un conseguente balzo in avanti dei ricavi da match day, ai quali si aggiungeranno quelli derivanti dalla cessione dei diritti di naming. “L’aumento del business associato a un nuovo stadio”, ha chiarito il manager, “deriva principalmente dall’espansione delle aree legate ai servizi”, un miglioramento che però non deve essere letto come un’esclusiva per pochi, ma come un’elevazione dell’esperienza complessiva del tifoso, che potrà fruire di ristoranti, museo e negozi.
Una strategia industriale che prescinde dai risultati immediati
Quel che emerge con chiarezza dalle dichiarazioni di Giorgio Ricci è la volontà di costruire un percorso di lungo periodo che non sia ostaggio dell’altalena dei risultati sportivi, pur riconoscendo a questi ultimi un ruolo fondamentale come carburante del motore economico. La scorsa stagione, grazie ai traguardi raggiunti in Champions League, l’Inter ha toccato per la prima volta il doppio traguardo dei cento milioni di euro sia dai ricavi da stadio che da quelli da sponsorizzazioni, un picco che la dirigenza vuole ora rendere strutturale. Da qui la politica di consolidamento in atto, che ha portato a siglare accordi con colossi come Byd, Red Bull, Budweiser e Coca-Cola, partner che non si limitano a un apporto puramente economico, ma che contribuiscono ad elevare il posizionamento del marchio. La filosofia della proprietà, insomma, è chiara: investire sul brand, sul digitale e sui contenuti per aumentare la rilevanza internazionale, sfatando il luogo comune del fondo americano interessato solo a tagliare costi e a fare cassa. L’Inter, per restare agganciata al treno che conta in Europa – un treno sul quale viaggiano attualmente sei club della Premier League – deve continuare a qualificarsi con regolarità in Champions League e completare l’opera di infrastrutturazione del proprio futuro, con il nuovo stadio destinato a diventare la fabbrica principale dei ricavi del domani.




