Il ministro Crosetto e l’abisso: l’Italia tra difesa del Golfo e rispetto del diritto internazionale

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nel corso delle comunicazioni rese innanzi al Parlamento, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha dipinto un quadro internazionale talmente fosco da non trovare eguali nei decenni passati, affermando senza mezzi termini che non si ricordava una situazione così prossima all’abisso come quella attuale. Parole, le sue, che hanno pesato come macigni nell’Aula di Montecitorio e in quella di Palazzo Madama, dove i senatori, nel trambusto del termine dei lavori, agguantavano i trolley lasciando le aule quasi fossimo alla fine di una qualsiasi giornata di ordinaria amministrazione, e non invece dopo aver ascoltato un esponente dell’esecutivo descrivere scenari di crisi profondissima. Crosetto, richiamato insieme al collega titolare della Farnesina, Antonio Tajani, per riferire sull’escalation in Medio Oriente, ha scandito la necessità di comprendere la drammaticità del momento, parlando di un attacco che, secondo la prospettiva italiana, si pone oggettivamente al di fuori del perimetro del diritto internazionale consolidato.

Il dispositivo militare italiano e i costi di una stabilizzazione regionale

L’Italia, dal canto suo, si trova a dover gestire le complesse ricadute di un conflitto che, per quanto geograficamente lontano, lambisce gli interessi nazionali in maniera direttissima. Il governo guidato da Giorgia Meloni dispone infatti di un’autonomia di spesa che autorizza, per il biennio 2025-2026, un esborso massimo di 380 milioni di euro annui per le missioni nell’area. Si tratta di fondi destinati a sostenere un dispositivo che può contare sulla presenza di fino a duemila militari, il cui mandato, come specificato nella relazione analitica sulle missioni, è quello di contribuire alla realizzazione di un ambiente sicuro e alla stabilità regionale in Paesi quali Bahrein, Kuwait, Iraq, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Un impegno, questo, che si traduce concretamente nel dispiegamento di un dispositivo multidominio nazionale, con l’invio di sistemi di difesa aerea, anti-drone e antimissilistica, proprio per rispondere alle richieste formali giunte da alcuni partner strategici del Golfo, quelli che più di altri si trovano esposti alla pioggia di ordigni e droni lanciati dall’Iran. E a Cipro, del resto, verrà portato un aiuto concreto assieme a spagnoli e francesi, a dimostrazione che l’Europa cerca di coordinarsi pur nella consapevolezza, espressa dallo stesso Crosetto, della propria impotenza nel fermare le parti in causa.

La posizione del governo e la gestione delle basi sul territorio nazionale

In questo clima di tensione, la presidente del Consiglio ha voluto ribadire con chiarezza un concetto che le preme particolarmente, ovvero che l’Italia non è in guerra e, soprattutto, non ha alcuna intenzione di entrarvi. Una precisazione non banale, arrivata nel corso di un’intervista radiofonica e poi rilanciata nelle aule parlamentari, con la quale Meloni ha cercato di fugare qualsiasi equivoco circa un coinvolgimento diretto del nostro Paese nelle operazioni belliche in corso. Quanto alle basi militari statunitensi presenti sul suolo italiano – da Sigonella ad Aviano, per intenderci – il governo ha ribadito il pieno rispetto degli accordi bilaterali che ne disciplinano l’utilizzo, accordi che risalgono agli anni Cinquanta del secolo scorso ma che sono stati nel tempo aggiornati e che, allo stato attuale, non prevedono concessioni per operazioni offensive. La premier ha anzi sottolineato come, al momento, non vi sia alcuna richiesta in tal senso da parte di Washington, e come le attività in corso dalle basi italiane si limitino a operazioni di rifornimento, logistica e sorveglianza aerea, nulla di più.

Italiani nell’area della crisi e le prime contromisure

Parallelamente alla discussione sugli equilibri geopolitici e sui delicati rapporti con gli alleati, il governo deve fare i conti con una realtà fatta di numeri e di persone. Il ministro Tajani ha infatti aggiornato le Camere su un dato impressionante: sono circa centomila gli italiani, tra civili e militari, che si trovano coinvolti direttamente o indirettamente nelle aree toccate dalla crisi. Una comunità ampia, la cui sicurezza è stata posta come priorità assoluta dall’esecutivo. La task force dedicata al Golfo, in questo contesto, ha già gestito quattordicimila chiamate e diverse migliaia di messaggi di posta elettronica, riuscendo a fornire assistenza per la partenza dalle zone a rischio a circa diecimila connazionali. Sul piano puramente militare e della protezione, Crosetto ha inoltre disposto l’innalzamento al massimo livello della rete di difesa aerea e antibalistica nazionale, una misura precauzionale dettata dalla consapevolezza che, in un quadro così instabile, può letteralmente succedere di tutto, e che non si possono escludere azioni sconsiderate o reazioni sproporzionate capaci di allargare ulteriormente il conflitto.

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