New York sceglie il sindaco tra Mamdani, Cuomo e Sliwa
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Redazione Esteri
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Tra meno di ventiquattr’ore, quando in Italia saranno le tre di notte, cominceranno a delinearsi i primi risultati per le elezioni a New York, i quali, nello spazio di un’ora circa, dovrebbero fornire un quadro definitivo. La domanda principale, che attanaglia osservatori e sostenitori, è se i sondaggi, i quali vedono favorito il candidato democratico, verranno infine confermati dalle urne. Zohran Mamdani, trentaquattrenne musulmano sciita di origini indiane, rappresenta l’ala più a sinistra del Partito Democratico, avendone conquistato la nomination lo scorso 25 giugno, e il suo programma, che si potrebbe definire di socialismo utopico, promette di affrontare le profonde contraddizioni della metropoli. La sua strada verso la carica, lastricata di buone intenzioni, si scontra però con una realtà complessa, rendendo le sue proposte non semplici da realizzare in una città che, sebbene sia la più ricca del mondo, vede circa un quarto delle sue famiglie – quasi due milioni di persone – vivere al di sotto della soglia di povertà, un divario stridente considerando che la retta annuale per una scuola media privata può toccare i settantamila dollari.
Il contesto sociale newyorkese
New York, che ha prodotto figure politiche antitetiche come Donald Trump e ora propone Zohran Mamdani, è infatti una città dalle due anime profondamente segregate, dove la ricchezza più sfacciata convive, suo malgrado, con una povertà endemica e strutturale. È in questo solco, che divide in maniera netta la Grande Mela, che si inserisce una campagna elettorale particolarmente accesa, la quale ha attirato l’attenzione nazionale e le pesanti ingerenze del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Quest’ultimo, attraverso un messaggio sociale diretto e perentorio, ha minacciato di tagliare i fondi statali qualora la città venisse “guidata da un comunista”, definizione con cui ha bollato Mamdani, aggiungendo che, in tal caso, New York avrebbe “zero possibilità di successo, o addirittura di sopravvivenza”.
L'intervento di Trump e il panorama dei candidati
L’intervento del presidente, che ha scelto di non sostenere neppure il candidato del partito repubblicano in corsa, Curtis Sliwa, ha ulteriormente complicato il quadro elettorale, spingendo invece, con un “vi piaccia o meno”, verso la candidatura dell’ex governatore Andrew Cuomo. Quest’ultimo, infatti, si presenta come una terza opzione significativa, contendendo voti tanto all’area democratica più moderata che a quella conservatrice, in una sfida a tre il cui esito è reso ancor più incerto proprio da tali dinamiche. La competizione, che si risolve oggi, martedì 4 novembre, non è quindi soltanto una scelta amministrativa, ma rappresenta un vero e proprio referendum sull’identità futura della città, divisa tra visioni radicalmente opposte del suo avvenire.
La posta in gioco per l'elettorato
L’elettorato, chiamato a esprimersi in un clima di forte polarizzazione, deve pertanto valutare non solo le diverse proposte per risolvere le annose questioni sociali ed economiche, ma anche le concrete conseguenze politiche che potrebbero scaturire dalla scelta del nuovo sindaco, soprattutto in relazione ai rapporti con il governo federale. La città, che pure ha dimostrato di essere un laboratorio politico unico al mondo, si trova a un bivio decisivo, il cui esito avrà ripercussioni che andranno ben oltre i confini dei suoi cinque borough. Molti di loro, gli elettori, sono chiamati a un voto che è anche una presa di posizione in un dibattito nazionale infinitamente più ampio.




