Caso Regeni, Meloni difende i rapporti con l’Egitto: «Servono alla verità»
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Redazione Interno
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Giorgia Meloni esclude una rottura dei rapporti con l’Egitto dopo la sentenza sul caso Regeni e sostiene che interrompere i canali con il Cairo potrebbe allontanare l’Italia dall’obiettivo di ottenere verità e giustizia. La presidente del Consiglio è intervenuta il 29 settembre a Praga, durante le dichiarazioni alla stampa successive all’incontro con il primo ministro ceco Andrej Babiš. La premier ha ribadito la vicinanza alla famiglia del ricercatore italiano e ha ricordato che lo Stato è parte civile nel processo, sottolineando la determinazione dell’esecutivo a perseguire l’accertamento delle responsabilità.
La linea di Meloni dopo la sentenza sui servizi egiziani
La posizione della presidente del Consiglio arriva il giorno dopo il verdetto della Corte d’Assise di Roma, che ha condannato a dieci anni di reclusione tre appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani per il sequestro aggravato del ricercatore. Si tratta del maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e dei colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim. Il generale Tariq Sabir, quarto imputato, è stato invece assolto. I giudici non hanno riconosciuto la responsabilità per l’omicidio contestata nel procedimento, mentre la Procura aveva formulato richieste di pena più severe, compreso l’ergastolo per Sharif.
Il processo si è celebrato in assenza degli imputati, dei quali le autorità italiane non hanno ottenuto la consegna. La vicenda giudiziaria nasce dalla scomparsa del dottorando dell’Università di Cambridge al Cairo il 25 gennaio 2016, mentre svolgeva una ricerca sui sindacati indipendenti egiziani. Il suo corpo fu ritrovato il 3 febbraio con evidenti segni di tortura. Nel corso dell’inchiesta, la mancata collaborazione delle autorità egiziane ha rappresentato uno degli ostacoli principali per gli investigatori italiani, come ha ricordato anche il procuratore di Roma Francesco Lo Voi dopo il verdetto.
Lo scontro politico sulle relazioni con il Cairo
Le parole della premier si inseriscono nel confronto esploso sulla risposta diplomatica italiana alla decisione dei giudici. Alessandra Ballerini, legale della famiglia, ha chiesto al governo di rompere i rapporti con il Cairo e di reclamare il risarcimento del danno richiesto dall’Avvocatura dello Stato. Sul piano politico, le opposizioni hanno contestato soprattutto la posizione espressa dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha distinto le responsabilità individuali accertate in primo grado da quelle dello Stato egiziano e ha affermato che la decisione giudiziaria non modifica le relazioni bilaterali.
Elly Schlein ha attaccato il ministro sostenendo che il verdetto coinvolga componenti dell’apparato di sicurezza del regime di Abdel Fattah al-Sisi e ha accusato le autorità egiziane di avere ostacolato il procedimento. Giuseppe Conte ha chiesto invece che l’esecutivo riferisca in Parlamento su come intenda agire nei confronti del Cairo. Angelo Bonelli ha invocato le dimissioni del titolare della Farnesina, accusando il governo di anteporre gli interessi economici ed energetici alla giustizia. Matteo Renzi ha ricordato che durante il suo governo fu richiamato l’ambasciatore italiano, precisando però che i rapporti diplomatici furono successivamente ripresi sotto esecutivi di diverso orientamento politico.
Perché il governo non vuole interrompere i canali diplomatici
La linea espressa dalla presidente del Consiglio separa il percorso giudiziario dalle relazioni tra Roma e Il Cairo. L’esecutivo considera il mantenimento del dialogo uno strumento utile anche nella ricerca della verità e ritiene che la chiusura dei contatti diplomatici non garantirebbe maggiori risultati sul caso. I rapporti con l’Egitto comprendono inoltre dossier strategici per l’Italia, dalla sicurezza energetica alla gestione dei flussi migratori e alla stabilità del Nord Africa e del Mediterraneo orientale. A settembre il titolare della Farnesina si era recato al Cairo per accordi destinati ad ampliare la cooperazione, compreso il contrasto ai trafficanti di esseri umani e all’immigrazione irregolare.
Sul piano giudiziario, il verdetto pronunciato a Roma è di primo grado e può essere impugnato sia dall’accusa sia dalle difese. La presidente del Consiglio ha richiamato proprio questo elemento, osservando che la sentenza non è ancora passata in giudicato e che le iniziative successive dovranno rispettare tempi e procedure del processo. Le motivazioni della Corte dovranno essere depositate entro novanta giorni; soltanto dopo sarà possibile conoscere nel dettaglio il percorso argomentativo seguito dai giudici nell’attribuzione delle responsabilità per il sequestro e nell’esclusione delle altre contestazioni.
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