Regeni, Tajani nella bufera: Pd e M5s chiedono che riferisca in Aula
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Redazione Interno
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Le parole di Antonio Tajani sulla sentenza Regeni hanno aperto uno scontro politico con le opposizioni, che chiedono al ministro degli Esteri di riferire in Parlamento. Al centro delle contestazioni c’è la distinzione fatta dal vicepremier tra le responsabilità dei singoli imputati e quelle dello Stato egiziano: dopo il verdetto della Corte d’Assise di Roma, Tajani ha sottolineato che sono state condannate tre persone e «non l’Egitto». Una posizione contestata da Pd e Movimento 5 Stelle, mentre il titolare della Farnesina si è detto «stupito» dalle polemiche e ha rivendicato l’azione diplomatica condotta con il Cairo.
La sentenza sui tre agenti dei servizi egiziani
La Corte d’Assise ha inflitto dieci anni di carcere al maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e ai colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed per il sequestro di Giulio Regeni, avvenuto al Cairo il 25 gennaio 2016. Il quarto imputato, il generale Tariq Sabir, è stato assolto. I giudici non hanno accolto l’impianto accusatorio relativo all’omicidio: Sharif, per il quale la procura aveva chiesto l’ergastolo, non è stato condannato per la morte del ricercatore. Il verdetto è arrivato dopo otto ore di camera di consiglio e le motivazioni dovranno essere depositate entro novanta giorni.
Il procuratore di Roma Francesco Lo Voi ha evidenziato un aspetto che ha assunto immediatamente un peso anche politico: le persone giudicate colpevoli erano legate allo Stato egiziano. Il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, che ha seguito il fascicolo fin dall’inizio, ha definito la decisione «una sentenza storica» e ha sottolineato la tenuta dell’impianto accusatorio sul sequestro. Il processo si è svolto in assenza degli imputati, mentre le autorità egiziane non li hanno consegnati all’Italia e la collaborazione del Cairo con gli investigatori italiani è stata a lungo al centro del procedimento e delle tensioni diplomatiche tra i due Paesi.
Le parole di Tajani e l’attacco delle opposizioni
La polemica è esplosa quando il ministro degli Esteri ha osservato che il verdetto riguarda i singoli agenti e non costituisce una condanna dello Stato egiziano, ricordando anche che si tratta di una decisione di primo grado. Il giorno successivo Tajani ha spiegato di essersi limitato a «fotografare la sentenza» e ha definito il pronunciamento «limitato» perché non individua gli assassini del ricercatore. Ha quindi respinto l’idea che la prudenza nei rapporti con Il Cairo equivalga a una copertura, sostenendo che la diplomazia e la discrezione siano gli strumenti scelti dal governo per proseguire la ricerca della verità.
La segretaria del Pd Elly Schlein ha reagito accusando il vicepremier di utilizzare «toni da assoluzione d’ufficio» e ha collegato le condanne al ruolo ricoperto dagli imputati nell’apparato di sicurezza egiziano. La leader democratica ha chiesto un’iniziativa politica e diplomatica nei confronti del governo del Cairo affinché i responsabili vengano consegnati alla giustizia e sia data esecuzione alle conseguenze della decisione giudiziaria. Le opposizioni hanno inoltre sollecitato un’informativa parlamentare del ministro, trasformando le dichiarazioni successive al verdetto in un confronto diretto sulla linea che l’esecutivo intende seguire nei rapporti con l’Egitto.
Il M5s porta lo scontro nell’Aula del Senato
La richiesta è stata formalizzata anche nell’Aula del Senato dal Movimento 5 Stelle. Il senatore Luca Pirondini ha ricordato la mancata collaborazione egiziana sulla morte di Regeni e ha contestato al governo di non aver assunto, dopo il pronunciamento della Corte, una posizione sufficientemente netta nei confronti del Cairo. Nel suo intervento ha chiesto ufficialmente che il ministro degli Esteri venga a riferire sulla sentenza e sulle sue conseguenze politiche, sostenendo che il caso riguarda anche la tutela di un cittadino italiano e la dignità delle istituzioni nazionali.
Giorgia Meloni ha difeso invece la scelta di mantenere aperti i rapporti politici e diplomatici con le autorità egiziane. La presidente del Consiglio ha spiegato che il governo ha utilizzato anche quei canali nella ricerca di verità e giustizia e ha espresso dubbi sull’utilità di interromperli, sostenendo che una chiusura potrebbe allontanare l’Italia dai propri obiettivi. Sul piano giudiziario, intanto, le difese dei tre appartenenti agli apparati egiziani condannati hanno annunciato l’intenzione di impugnare il verdetto in appello.
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