Sigonella, l’on. Adorno (M5S): "Il Presidente Schifani riferisca subito in Aula. La Sicilia non può diventare bersaglio"
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Redazione Interno
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La base aeronavale di Sigonella, quella striscia di asfalto e tecnologia incastonata tra Catania e Siracusa che da decenni rappresenta un avamposto strategico per la proiezione della potenza statunitense nel Mediterraneo, è tornata al centro del dibattito politico regionale, e non solo per le consuete dinamiche di sorvolo o di rifornimento. In questi giorni, mentre il conflitto tra la coalizione guidata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran incendia il Medio Oriente, dalla Sicilia partono velivoli senza pilota, sofisticati MQ-4C Triton, che dopo un viaggio di oltre tremila chilometri vanno a pattugliare per ore le acque antistanti le coste nemiche, davanti a Bushehr o all’isola di Kharg. Una presenza, quella dei droni, che ha spinto la parlamentare del Movimento 5 Stelle, Lidia Adorno, a chiedere conto al governatore Renato Schifani, sollecitandolo a riferire in Aula con urgenza. Il timore, espresso senza mezzi termini dall’onorevole Adorno, è che l’isola, da piattaforma logistica, possa trasformarsi in un bersaglio sensibile, esponendo i cittadini siciliani ai contraccolpi di una guerra che non hanno dichiarato e che rischia di allargarsi in modo incontrollato.
La mobilitazione dei droni e le missioni intelligence
Non si tratta, va detto, di una novità assoluta, ma l’intensità e la cadenza delle operazioni hanno subito un’accelerazione significativa. I dati di tracciamento, resi pubblici da progetti di intelligence open source, mostrano decolli quasi giornalieri dalla base etnea di questi gioielli della tecnologia aeronautica, il MQ-4C Triton, un velivolo non armato ma dalle capacità di sorveglianza impressionanti: vola a oltre quindicimila metri di quota e può rimanere in aria per ventiquattr’ore consecutiva, coprendo aree vaste milioni di chilometri quadrati. La sua missione è quella di raccogliere intelligence, sorvegliare i movimenti navali e, aspetto cruciale, geolocalizzare bersagli con una precisione tale da fornire alle piattaforme d’attacco quelle che in gergo tecnico vengono definite “weapons-quality tracks”, tracce di qualità tale da essere usate per un bombardamento. E mentre il governo nazionale, con la presidente Meloni e il ministro Crosetto, ribadisce che per ora si tratta di attività non cinetiche, di logistica e sorveglianza, e che un utilizzo offensivo delle basi richiederebbe una specifica richiesta americana e un vaglio parlamentare, la realtà dei fatti parla di un’isola che, suo malgrado, è già ingranaggio della macchina bellica. La stessa Adorno, del resto, aveva già sollevato il caso in passato, sottolineando come il MUOS di Niscemi, con le sue antenne, sia di fatto un nodo cruciale delle comunicazioni satellitari globali del Pentagono.
Le implicazioni per il territorio e le richieste all'Ars
Di fronte a questo scenario, la domanda che la pentastellata rivolge al presidente Schifani è se e quali iniziative intenda assumere per tutelare l’incolumità dei siciliani. Non è, questa, una richiesta che si limita alla mera enunciazione di principio. La paura concreta è che basi come Sigonella, considerate dal mondo occidentale come fondamentali avamposti di sicurezza, possano essere percepite dall’altra parte come obiettivi legittimi di rappresaglia. I voli dei Triton, che per compiere la loro missione si spingono a ridosso dello spazio aereo iraniano, e le informazioni che raccolgono – fondamentali per pianificare eventuali raid o per valutare i danni dopo un attacco – rendono la Sicilia parte integrante e attiva delle operazioni. L’interrogazione presentata dall’onorevole Adorno chiede quindi al governatore di farsi portavoce presso il governo centrale di una necessità, quella di impedire che il territorio regionale venga utilizzato come supporto operativo per guerre che alimentano instabilità, e di chiarire, una volta per tutte, quali garanzie la Regione possa ottenere per la propria sicurezza. L’escalation delle tensioni, con le dichiarazioni del presidente americano Donald Trump che minaccia “morte, fuoco e furia” in caso di interruzioni del flusso petrolifero, non fa che acuire la percezione di un conflitto i cui confini geografici sono sempre più labili.
Camp Darby e l’altra Italia esposta
Non è solo la Sicilia, del resto, a osservare con preoccupazione questo coinvolgimento indiretto. In Toscana, la base di Camp Darby, un enorme snodo logistico tra Pisa e Livorno che si estende per circa duecento ettari, è tornata sotto i riflettori e sotto le proteste dei movimenti pacifisti. Anche in questo caso, formalmente, gli Stati Uniti non hanno chiesto al governo Meloni di utilizzare la base per attaccare l’Iran, e il suo ruolo rimarrebbe, almeno ufficialmente, di supporto logistico e di deposito. Ma la storia di Camp Darby è quella di un sito che ha sempre lavorato come retroguardia per le guerre americane, dai Balcani all’Iraq, e la sua posizione, con la vicinanza all’aeroporto di Pisa e al porto di Livorno, ne fa un punto di smistamento di mezzi e munizioni potenzialmente vitale in caso di allargamento del conflitto. Le proteste dei giorni scorsi, con i manifestanti che chiedono la chiusura della base e la sua riconversione a usi civili, testimoniano un disagio che attraversa la penisola, un senso di impotenza di fronte a dinamiche globali che sembrano decidere le sorti dei territori senza alcuna possibilità di dibattito locale. La sensazione, diffusa tanto in Sicilia quanto in Toscana, è che l’Italia, con la sua geografia protesa nel Mediterraneo, si trovi in una posizione esposta, e che il prezzo di questa esposizione possa essere pagato dalle comunità che vivono all’ombra di quelle basi, nella loro quotidiana e silenziosa operosità.
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