Schifani nel silenzio, mentre l'inchiesta su Cuffaro scuote la Sicilia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mentre le indagini della Procura di Palermo, le cui carte dipingono un intricato sistema di presunti favori e scambi, continuano a rivelare i loro retroscena, un silenzio assordante avvolge la figura di Renato Schifani, il quale, nonostante le circostanze, prosegue il proprio impegno per la Regione, come dimostrato dalla recente missione a Bruxelles incentrata sul Piano rifiuti e sulla questione dei termovalorizzatori. Quel silenzio, che molti interpretano come un deliberato distanziamento da una situazione ormai al culmine, riflette il suo stile, per cui preferisce agire lontano dai riflettori quando gli eventi prendono una piega lontana dalla normalità e dall'eticità che ci si aspetterebbe dalle istituzioni. La vicenda, che trascende la mera inchiesta giudiziaria – della quale dovrà ovviamente occuparsi la Magistratura –, sembra infatti aver scoperchiato un baratro di morale pubblica, un deficit di fiducia che rischia di minare le fondamenta stesse del governo del territorio.

Le proteste di piazza e le "talpe" dell'inchiesta

Proprio questa percezione di un'etica perduta ha spinto il Partito Democratico siciliano a scendere in piazza, organizzando una manifestazione davanti all'assessorato regionale alla Famiglia, a Palermo, con lo slogan "Mandiamoli via". I dimostranti, che attribuiscono al centrodestra la responsabilità di aver "distrutto la Sicilia", sostengono con forza che non sia più sufficiente indignarsi privatamente, ma che sia necessario un atto di rottura pubblico e visibile contro la classe politica attualmente sotto accusa. Le accuse, d'altronde, sono di una gravità inaudita: l'inchiesta, che vede coinvolti l'ex presidente Totò Cuffaro e l'ex Ministro Saverio Romano, descrive nei suoi atti una presunta associazione a delinquere che, secondo gli investigatori, poteva contare su una rete di informatori privilegiati. Tra questi, le carte del Ros menzionerebbero non solo un carabiniere, ma anche un uomo "molto in alto buttato nei servizi segreti", vere e proprie "gole profonde" che avrebbero incontrato il politico sia a Palermo che a Roma, agendo come talpe all'interno degli apparati dello Stato e rivelando, si presume, il progredire delle indagini a suo carico.

Il ruolo dell'ex sindaco di Agrigento

All'interno di questo quadro, un profilo particolare è quello che emerge dalla figura di Marco Zambuto, ex sindaco di Agrigento per quasi due mandati e genero di Cuffaro. Dagli atti dell'inchiesta, che si estendono per 246 pagine, di cui circa ottanta dedicate alle intercettazioni, Zambuto non appare come un decisore all'interno del presunto sodalizio criminale, né gli vengono attribuite partecipazioni dirette nelle negoziazioni illecite per l'aggiudicazione dell'appalto all'Asp di Siracusa. Tuttavia, il suo nome ricorre con insistenza, delineando il ruolo di un facilitatore, di una sorta di "fattorino fidato" che rispondeva alle chiamate, le effettuava e, di fatto, fungeva da raccordo, agevolando i contatti tra l'ex presidente e un'azienda interessata a quell'appalto, in un gioco di relazioni che sembra aver bypassato i crismi della trasparenza e della legalità.

Una crisi che va oltre il giudiziario

Ciò che sta venendo alla luce, pertanto, non è soltanto una serie di reati ipotizzati, su cui la giustizia dovrà esprimere il suo verdetto, ma un meccanismo di relazioni e influenze che appare sistemico e profondamente radicato. La vicenda, con i suoi intrecci tra politica, apparati e affari, delinea un modus operandi che, se confermato, rappresenterebbe una lacerazione profonda nel tessuto amministrativo della Regione, andando ben al di là delle responsabilità penali individuali e toccando il cuore stesso della credibilità delle istituzioni di fronte ai cittadini, i quali si trovano a dover assistere a uno spettacolo che mina la fiducia nella cosa pubblica.

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