Bufera su Cuffaro in Sicilia: il gelo di Schifani e il dietrofront della Lega
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Redazione Interno
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Mentre si apprestava a lasciare la propria abitazione per recarsi a Palazzo d’Orleans, il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani è stato informato della richiesta di arresto, avanzata dalla Procura di Palermo, che coinvolge Totò Cuffaro, esponenti di spicco della Democrazia Cristiana e due figure di rilievo nel sottogoverno regionale. Dalle pochissime parole rilasciate in quell’istante, dettate dalla necessità e dall’immediatezza dell’accaduto, si può agevolmente desumere la portata della tempesta politica e istituzionale che si è improvvisamente abbattuta sul centrodestra e sull’intera amministrazione. A differenza di quanto avviene di consueto in circostanze analoghe, Schifani ha infatti evitato, nel comunicato ufficiale, qualsiasi formula di circostanza, privando il testo di quelle espressioni, classiche e perlopiù rituali, con le quali si suole manifestare fiducia nella capacità degli indagati di dimostrare la propria estraneità ai fatti contestati.
Le nuove accuse per Cuffaro
Dopo la condanna a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa, un reato per il quale scontò una pena detentiva nel carcere di Rebibbia, Totò Cuffaro ritorna dunque al centro delle cronache giudiziarie per una nuova e intricata vicenda che, stando a quanto ricostruito dagli investigatori, avrebbe a che vedere con un sistema di nomine e appalti. Il tredici dicembre del duemilaquindici, varcando i cancelli del penitenziario dove aveva scontato quattro dei sette anni inflittigli per favoreggiamento aggravato alla mafia e per la rivelazione di notizie coperte da segreto, aveva annunciato con solennità il suo ritiro dalla vita pubblica: “Basta con la politica, mi occuperò di volontariato”, dichiarò allora. Una promessa che, a distanza di un decennio dalla scarcerazione, appare oggi disattesa, mentre la Procura di Palermo richiede per lui, così come per Saverio Romano e Ferdinando Aiello, la misura degli arresti domiciliari, ipotizzando il coinvolgimento in una rete di illeciti che spazia dall’associazione a delinquere alla corruzione, fino alla turbata libertà degli incanti.
Il “Joker del potere” e le pratiche del baratto
La figura di Cuffaro, spesso descritta come il “Joker del potere” siciliano, sembra così riproporsi in tutta la sua complessità, riaffiorando da un passato che molti ritenevano ormai archiviato. Le indagini, che hanno per oggetto presunte “mazzette e assunzioni”, dipingono un affresco nel quale la politica si trasformerebbe in un mero baratto, i cui dettagli, secondo le accuse, includono mazzette celate come vassoi di dolci tradizionali e un interesse costante, quasi una passione, per il settore sanitario e per quei camici bianchi, si dice, “bianchi come la ricotta”. I cinque anni trascorsi in galera, il dimagrimento di venti chili, le missioni umanitarie in Burundi finalizzate a vaccinare i bambini, sembrano dunque essere scivolati via “come l’acqua sul marmo, senza lasciare una goccia”, in un’apparente continuità di metodi e relazioni.
Le ripercussioni nello scenario politico
L’onda d’urto dell’inchiesta ha prodotto immediate conseguenze nell’assetto politico, costringendo la Lega a un repentino dietrofront riguardo a una possibile alleanza, precedentemente paventata, con la Democrazia Cristiana regionale. Quel “gelo” manifestato da Schifani, percepibile nell’asciuttezza delle sue dichiarazioni, ha dunque innescato un effetto domino, travalicando i confini del Palazzo e imponendo un brusco ridimensionamento di strategie e calcoli elettorali. La nuova bufera giudiziaria, che investe non solo persone ma anche meccanismi consolidati di gestione del potere, riapre questioni mai del tutto sopite, mostrando la persistenza di dinamiche che le sentenze passate non erano riuscite a estirpare, e costringendo tutti gli attori in campo a un difficile esercizio di ridefinizione delle proprie posizioni.




