Terremoto giudiziario in Sicilia, il presidente Schifani sospende Iacolino dopo l’inchiesta per mafia e corruzione
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Redazione Interno
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La giunta regionale siciliana, convocata d’urgenza dal presidente Renato Schifani per il tardo pomeriggio, procederà con la sospensione dalle funzioni di Salvatore Iacolino, il direttore generale del Policlinico di Messina finito nel mirino della Procura di Palermo. La decisione, maturata al termine di una giornata convulsa, arriva all’indomani delle perquisizioni che hanno portato al sequestro di novantamila euro in contanti nell’abitazione del manager, figura di spicco della sanità regionale ed ex parlamentare europeo del Pdl. I magistrati, che coordinano un’inchiesta complessa su presunti intrecci tra pubblica amministrazione e Cosa nostra, contestano a Iacolino, nominato alla guida del nosocomio messinese appena una settimana fa, le ipotesi di reato di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione aggravata; un provvedimento, quello di palazzo d'Orleans, che mira a tagliare corto qualsiasi imbarazzo istituzionale dopo le rivelazioni stampa, nell’attesa che la magistratura faccia il suo corso.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, e che emerge con chiarezza dalle carte depositate, il neo direttore generale avrebbe messo la propria rete di relazioni, maturata in anni di frequentazione dei palazzi che contano, a completa disposizione di Carmelo Vetro, imprenditore di Favara già condannato in via definitiva per associazione mafiosa e ritenuto elemento di spicco della famiglia agrigentina. Sarebbe stato proprio Iacolino, originario del medesimo centro dell’agrigentino, ad agire da ponte tra il boss e figure apicali dell’amministrazione regionale, facilitando contatti e raccomandazioni per i protetti del capomafia; un’agevolazione concreta che, nelle intenzioni di Vetro, mirava a consolidare il proprio potere criminale e a espandere gli interessi economici delle società a lui riconducibili, come la Ansa Ambiente s.r.l., attiva nel settore dei rifiuti. Tra i funzionari che il manager della sanità avrebbe coinvolto in questo fitto scambio di favori, secondo l’accusa, ci sarebbero anche la vicepresidente della commissione Antimafia dell’Ars, Bernadette Grasso, e il capo della Protezione civile regionale, Salvatore Cocina, finiti a loro volta al centro delle attenzioni dei pm.
Un sistema di presunte pressioni e favori: dal Policlinico ai dipartimenti regionali
L’inchiesta della Dda, diretta dal procuratore Maurizio de Lucia e dal pool di sostituti, non si limita a fotografare singoli episodi, ma tratteggia quello che appare come un vero e proprio sistema di condizionamento della macchina amministrativa. Iacolino, quando ancora ricopriva l’incarico di dirigente generale del dipartimento per la Pianificazione strategica dell’assessorato regionale alla Salute, avrebbe più volte sollecitato i vertici dell’Asp di Messina affinché si attivassero su procedimenti amministrativi caldeggiati dal boss Vetro; procedimenti che spaziavano dall’accreditamento di strutture sanitarie private, come nel caso della Arcobaleno srl riconducibile all’imprenditore Giovanni Aveni (anche lui indagato), fino alla revoca di analoghe autorizzazioni a ditte concorrenti, creando un canale preferenziale riservato che consentiva al mafioso di orientare scelte e assegnazioni. Non solo, perché l’ex parlamentare europeo avrebbe ricevuto in cambio, per questi presunti atti contrari ai doveri d’ufficio, finanziamenti utili per le proprie campagne elettorali e addirittura promesse di assunzioni per lavoratori da piazzare in aziende operanti nel messinese, chiudendo il cerchio di uno scambio politico-mafioso che la Procura intende ora dimostrare in tutte le sue ramificazioni.
L’ombra lunga del boss Vetro e l’arresto del dirigente regionale Teresi
Parallelamente all’inchiesta che coinvolge Iacolino, gli stessi magistrati hanno messo a segno un altro colpo importante, eseguendo l’arresto di Giancarlo Teresi, dirigente del dipartimento Infrastrutture della Regione, e dello stesso Carmelo Vetro. Per Teresi, che secondo l’accusa avrebbe “asservito la propria funzione” agli interessi del boss di Favara, le contestazioni sono pesantissime: corruzione aggravata dall’aver agevolato Cosa nostra, con l’aggravante di aver intascato tangenti in cambio dell’assegnazione di lavori pubblici, in particolare nel settore delle bonifiche e dei dragaggi portuali, alla società Ansa Ambiente. Le indagini hanno accertato, tra marzo e agosto dello scorso anno, tre distinte dazioni di denaro con le quali il dirigente veniva ripagato per aver sistematicamente sponsorizzato e favorito l’impresa gestita occultamente da Vetro, consentendo al pregiudicato di operare in un settore sensibile come quello dei rifiuti e di aggirare, di fatto, le misure di prevenzione antimafia che avrebbero dovuto escluderlo da tali appalti. Un quadro, questo, che delinea una promiscuità pericolosa e duratura tra pezzi dell’amministrazione e criminalità organizzata.
La rettrice chiede chiarezza mentre Schifani vara nuovi controlli
Mentre la bufera giudiziaria si abbatte sugli uffici e le segreterie della Regione, non sono mancate le prime reazioni istituzionali, seppur caute e limitate ai fatti contingenti. La rettrice dell’Università di Messina, Giovanna Spatari, pur avendo solo pochi giorni fa elogiato le “riconosciute competenze” del neo direttore Iacolino, ha dovuto prendere atto della situazione, sottolineando con una nota stringata la necessità che la Regione assicuri al più presto la piena e regolare operatività del Policlinico universitario, la cui funzionalità rischia ora di essere compromessa dallo tsunami giudiziario. Il presidente Schifani, dal canto suo, oltre a procedere speditamente con la sospensione del manager, ha firmato un atto di indirizzo che impone un giro di vite sui controlli interni: i dirigenti generali e i responsabili degli uffici speciali dovranno ora verificare periodicamente la veridicità delle autodichiarazioni presentate dai funzionari, e in caso di richieste di trattenimento in servizio oltre i limiti di età, come avvenuto per lo stesso Teresi, dovranno valutare non solo l’assenza di cause ostative formali, ma anche la condotta morale tenuta nell’esercizio delle pubbliche funzioni. Un tentativo, questo, di blindare l’amministrazione da future infiltrazioni, anche se la sensazione è che la strada per ripristinare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni sia ancora lunga e irta di ostacoli.




