Mafia e sanità in Sicilia, un trojan nel telefono di Iacolino registrava gli incontri in assessorato

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il telefono di Salvatore Iacolino, il manager della sanità siciliana finito nel registro degli indagati per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione aggravata, era stato trasformato dagli investigatori in una miccia pronta a esplodere. Una microspia ambientale, un trojan installato nel suo cellulare, ha catturato per mesi dialoghi, incontri e quelle che i magistrati della Procura di Palermo, diretta da Maurizio de Lucia, definiscono senza mezzi termini delle vere e proprie trattative. Conversazioni, queste, che ora si trovano agli atti dell’inchiesta e che delineano i contorni di un rapporto quanto meno problematico tra il politico, ex eurodeputato del PdL, e chi dalla legge è già stato bollato come uomo d’onore. Il destinatario di tante attenzioni, il favarese Carmelo Vetro – condannato in via definitiva a nove anni per mafia – non era certo un compaesano qualsiasi, eppure varcava la soglia dell’assessorato regionale alla Salute di piazza Ziino con la disinvoltura di un amministratore delegato. I colloqui intercettati, sui quali la procura sta costruendo l’impianto accusatorio, ritraggono Iacolino intento a presentare il boss, accompagnato talvolta dall’imprenditore Giovanni Aveni, come un amico, un uomo d’affari con cui confrontarsi. Un canale preferenziale, quello aperto all’interno del palazzo che decide le sorti della sanità isolana, che avrebbe permesso a Vetro di allargare i propri interessi, passati dal business dei rifiuti – dove già operava con la An.Sa Ambiente srl – a quelli ben più lucrativi delle prestazioni sanitarie, puntando dritto all’accreditamento di società terze, come la Arcobaleno srl, quest’ultima nella disponibilità di Aveni.

Le porte girevoli del potere tra uffici pubblici e logiche criminali

L’indagine della Dda, che ha portato all’arresto di Vetro e del dirigente regionale Giancarlo Teresi – quest’ultimo immortalato mentre infilava una busta con denaro contante in una cartellina, all’interno del suo ufficio al dipartimento Infrastrutture – non si limita a fotografare singoli episodi di corruzione, ma svela un sistema ben oliato di relazioni pericolose. Iacolino, forte del suo ruolo di direttore generale della Pianificazione strategica all’assessorato della Salute, una sorta di regista occulto delle nomine e delle scelte amministrative, avrebbe messo la propria autorevolezza e la propria rete di conoscenze al servizio del clan di Favara. Un potere, il suo, esercitato con pressioni e sollecitazioni nei confronti dei vertici dell’Asp di Messina, spinte necessarie per sbloccare pratiche e procedimenti che interessavano il boss. In cambio, secondo quanto ricostruito dai pm Gianluca De Leo e dai colleghi del pool, l’ex parlamentare europeo avrebbe ottenuto sostegno finanziario per le sue campagne elettorali, un flusso di denaro sporco che avrebbe contribuito ad alimentare la macchina del consenso, e la promessa di assunzioni per persone a lui vicine in aziende riconducibili alla cosca. Il trojan, in questo senso, ha agito come un testimone silenzioso e impassibile, registrando la disponibilità assoluta di Iacolino nei confronti del mafioso, una sottomissione funzionale che i magistrati non esitano a definire tale negli atti giudiziari. Emblematico, in questa fitta trama di favori, l’interessamento del manager per facilitare gli incontri tra Vetro e figure istituzionali di primo piano come Bernadette Grasso, vicepresidente della commissione Antimafia all’Ars, o Salvatore Cocina, capo della Protezione civile siciliana, una sorta di introduzione in società che il boss evidentemente cercava per accreditare i propri protetti.

Le ripercussioni sul territorio e lo stillicidio delle nomine

Mentre l’inchiesta della Procura di Palermo continua a dipanare la matassa dei rapporti tra colletti bianchi e criminalità organizzata, gli effetti del terremoto giudiziario si riverberano con violenza sulle delicate dinamiche della sanità siciliana. La nomina di Iacolino alla guida del Policlinico di Messina, avvenuta appena una settimana fa, è stata sospesa in tronco dal governatore Renato Schifano, ma il suo passato recente da supervisore della pianificazione strategica regionale getta un’ombra lunga anche su altre province, come quella di Siracusa. Qui, le dimissioni della commissaria dell’Asp Rosaria Serperi – arrivate in un momento politicamente significativo – riaccendono i riflettori sulle scelte compiute dall’amministrazione. A sollevare la questione è il deputato nazionale di Fratelli d’Italia Luca Cannata, vicepresidente della Commissione Bilancio alla Camera ed ex sindaco di Avola, che ha da tempo individuato in Iacolino uno dei responsabili della cosiddetta “pianificazione errata” che avrebbe causato i ritardi nella realizzazione del nuovo ospedale di Siracusa, un’opera da 420 milioni di euro finanziata con fondi statali e del Pnrr che stenta a decollare. Cannata, che già a febbraio aveva criticato la gestione del manager favarese, ora spinge affinché la scelta del nuovo direttore generale dell’Asp siracusana ricada su una figura di indiscusso valore, selezionata esclusivamente per merito e lontana da logiche spartitorie che, come dimostrano i recenti fatti di cronaca giudiziaria, rischiano di divenire terreno fertile per ben altri tipi di interesse. Una partita, quella della successione a Serperi, che vede Fratelli d’Italia intenzionata a giocare un ruolo da protagonista, forte anche delle perplessità espresse in passato sulla nomina dello stesso Iacolino al dipartimento Pianificazione, una resistenza che ora, alla luce delle carte della Procura, assume i contorni di una previdente diffidenza.

Gli 88 mila euro in contanti e le pressioni sui funzionari

Nel corso delle perquisizioni eseguite dalla polizia nelle abitazioni e negli uffici riconducibili a Salvatore Iacolino, un dettaglio ha immediatamente attirato l’attenzione degli inquirenti: il ritrovamento di 88 mila euro in contanti, una somma della quale il manager dovrà ora giustificare la provenienza e la destinazione. Un ritrovamento, questo, che si inserisce in un quadro investigativo già ricco di elementi indiziari, come le pressioni esercitate dal dirigente sui funzionari dell’Asp di Messina affinché risolvessero le questioni amministrative segnalate dal boss Vetro. Una disponibilità, la sua, che non conosceva ostacoli e che si spingeva fino a interessarsi della revoca dell’accreditamento regionale per la Anfild Onlus di Messina, un’organizzazione concorrente di un socio del boss, dimostrando come il potere pubblico potesse essere piegato a logiche di predominio e ritorsione economica. Il denaro trovato, unito alle intercettazioni e alle testimonianze raccolte, contribuisce a delineare la figura di un pubblico ufficiale che avrebbe trasformato il proprio ruolo in un vero e proprio ufficio di assistenza agli affari di un mafioso, un quadro che il Gip ha ritenuto grave al punto da disporre il sequestro di somme per circa 228 mila euro nei confronti di altri indagati, ritenute il profitto dei reati di corruzione. Venerdì prossimo Iacolino comparirà davanti ai magistrati per l’interrogatorio di garanzia, un appuntamento in cui dovrà spiegare non solo quei rapporti così stretti con un boss di Cosa Nostra, immortalati dalle microspie del suo stesso telefono, ma anche la presenza di quel denaro contante, una mole che stride con le consuete dinamiche di uno stipendio da dirigente pubblico.

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