La lunga carriera di Salvatore Iacolino tra sanità e politica, trapolata dall’accusa di aver messo la sua influenza al servizio del boss
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Redazione Interno
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La nomina, giunta solo pochi giorni fa, lo aveva insediato alla guida del Policlinico di Messina, coronamento – o forse soltanto un’altra tappa – di una carriera ventennale che l’ha visto muoversi con disinvoltura tra i vertici della sanità siciliana e gli scranni della politica, prima all’Ars e poi a Bruxelles tra le file del Pdl. Eppure, Salvatore Iacolino sulla poltrona di direttore generale non ha fatto quasi in tempo a sedersi, travolto come è stato da un’inchiesta della Procura di Palermo che lo vede indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione aggravata. Per gli inquirenti della Direzione distrettuale antimafia, guidati dal procuratore Maurizio de Lucia, il manager – la cui esperienza comprende la direzione di Asp in mezza Sicilia e un ruolo chiave al dipartimento Pianificazione strategica dell’assessorato regionale alla Salute – avrebbe messo la propria rete di relazioni e la propria influenza, maturate in anni di incarichi di prestigio, a completa disposizione di un boss di Cosa nostra, Carmelo Vetro, già condannato in via definitiva per associazione mafiosa e considerato elemento di spicco della famiglia di Favara.
Secondo quanto ricostruito dai magistrati, che hanno coordinato una complessa attività investigativa culminata con perquisizioni e arresti, il sodalizio tra Iacolino e il boss avrebbe assunto contorni ben precisi e si sarebbe sostanziato in una serie di atti concreti. Iacolino, in sostanza, avrebbe utilizzato la propria posizione per sostenere gli interessi economici del clan, in particolare quelli facenti capo alla società Ansa Ambiente srl, attiva nel settore dei rifiuti e riconducibile a Vetro, e all’Arcobaleno srl, impresa operante in ambito sanitario e riferibile a un imprenditore, Giovanni Aveni, ritenuto vicino al capomafia. Le accuse delineano un quadro in cui il funzionamento della macchina amministrativa regionale, in settori nevralgici come la sanità e gli appalti pubblici, sarebbe stato piegato alle logiche e agli interessi di un’organizzazione mafiosa, con Iacolino che avrebbe agito da cerniera tra il mondo legale e quello criminale.
Le pressioni sugli uffici pubblici e i favori incrociati con il clan
Nel dettaglio del provvedimento giudiziario emerge con chiarezza come l’allora dirigente generale della Pianificazione strategica avrebbe compiuto atti contrari ai doveri d’ufficio, sollecitando in maniera pressante e reiterata i vertici amministrativi dell’Asp di Messina – tra cui il direttore generale Giuseppe Cuccì e il direttore amministrativo – affinché sbloccassero o favorissero procedimenti indicati direttamente da Vetro. Non solo: Iacolino è accusato di aver omesso di segnalare la pregressa e grave condanna per mafia del suo compaesano, agevolando anzi la creazione di canali riservati e privilegiati tra il boss e figure di primo piano dell’amministrazione regionale, come la vicepresidente della commissione Antimafia siciliana Bernardette Grasso e il capo della Protezione civile Salvatore Cocina, con l’obiettivo – si legge nelle carte – di consentire a Vetro di raccomandare propri protetti per assunzioni o altri favori. In questo sistema di scambi, secondo l’ipotesi accusatoria, Iacolino avrebbe ricevuto in cambio finanziamenti per le proprie campagne elettorali e la promessa di fare assumere persone a lui vicine in aziende operanti nel Messinese.
La perquisizione eseguita dagli investigatori nelle abitazioni di Iacolino ha portato inoltre al rinvenimento di una somma in contanti pari a ottantottomila euro, un particolare di cui il manager dovrà fornire spiegazioni al magistrato, che lo interrogherà nei prossimi giorni. La sua posizione, al centro di un’inchiesta che ha già portato all’arresto del dirigente regionale Giancarlo Teresi – accusato di aver sistematicamente favorito le imprese di Vetro in cambio di tangenti, aggirando le interdittive antimafia – e dello stesso boss Carmelo Vetro, è al vaglio della Procura che contesta all’ex europarlamentare di aver contribuito, con la sua condotta, al rafforzamento del clan di Favara. Teresi, nonostante fosse sotto processo per corruzione da sei anni, era stato giudicato indispensabile dalla Regione, che ne aveva più volte prorogato la permanenza in servizio oltre l’età pensionabile.
La replica dei legali e le dimissioni dall’incarico
Di fronte alla bufera giudiziaria che lo ha investito a poche ore dalla nomina, Salvatore Iacolino, assistito dagli avvocati Pino Di Peri e Arnaldo Faro, ha scelto di rassegnare le dimissioni con effetto immediato dall’incarico di direttore generale dell’azienda ospedaliera universitaria Policlinico di Messina. Una decisione, questa, che secondo i suoi difensori sarebbe stata presa al fine di garantire la massima trasparenza nei confronti dell’istituzione che rappresentava, rendendo di fatto non più necessaria la procedura di sospensione e revoca che nel frattempo la giunta regionale, presieduta da Renato Schifani, aveva già avviato subito dopo la diffusione della notizia dell’indagine.
In una nota diffusa dai legali, Iacolino, pur confermando la propria fiducia nell’operato della magistratura, ha tenuto a sottolineare la sua totale estraneità rispetto alle contestazioni che gli vengono mosse, definendo le accuse che gli sono rivolte come “ingiuste ed infamanti” e dichiarandosi fortemente sorpreso e amareggiato per quanto sta accadendo. Una posizione, la sua, che ora dovrà confrontarsi con il quadro indiziario raccolto dalla Dda di Palermo, un quadro che dipinge l’immagine di un manager pubblico che, secondo l’accusa, avrebbe messo la sua influenza e il suo potere al servizio di Cosa nostra, trasformando pezzi dell’amministrazione regionale in feudi privati a disposizione del boss.




