Il superburocrate, il boss e i fondi per il ciclone Harry: così Iacolino apriva le porte della Protezione civile
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Redazione Interno
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La regia, a voler ricostruire la fitta trama di relazioni pericolose che la Procura di Palermo ha messo nero su bianco, pare quella di un facilitatore instancabile, un uomo capace di mettere la macchina regionale – i suoi ingranaggi più delicati, quelli che muovono appalti e risorse – al servizio di chi, sulla carta, da quella macchina dovrebbe essere escluso. Parliamo di Salvatore Iacolino, l’ex direttore generale del Policlinico di Messina, nonché potente ex dirigente della Pianificazione strategica all’assessorato alla Salute, finito nel mirino della Dda per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione. L’asse portante dell’accusa, quella che trasforma un profilo da alto burocrate in un nodo cruciale di un sistema di potere opaco, poggia su un passaggio specifico: la disponibilità di Iacolino a mettere in contatto il boss di Favara, Carmelo Vetro – arrestato martedì nell’ambito della stessa inchiesta – con il vertice della Protezione civile siciliana, Salvatore Cocina.
L’obiettivo dichiarato del capomafia, secondo quanto ricostruito dai magistrati, non era uno qualunque. Vetro, che pure aveva già messo le mani su settori lucrosi come quello dei rifiuti attraverso la società An.Sa Ambiente, guardava con estremo interesse ai fondi stanziati per la ricostruzione post-ciclone Harry, l’evento meteorologico che lo scorso gennaio ha messo in ginocchio diverse aree dell’isola e per il quale la Regione ha recentemente sbloccato ulteriori 18 milioni di euro. Finanziamenti pubblici, quelli destinati a imprese e territori colpiti, che rappresentavano una preda ghiotta: e per accaparrarseli, o quantomeno per ottenere informazioni privilegiate e canali preferenziali, Vetro sapeva a chi rivolgersi. Si è rivolto a Iacolino, e Iacolino – senza mostrare alcuna esitazione – ha imbracciato il telefono chiamando direttamente Cocina per organizzare un incontro. Un passaggio, questo, che agli inquirenti appare come la fotografia nitida di un meccanismo consolidato: la messa a disposizione delle proprie influenze e della propria agenda personale in favore di un soggetto legato a Cosa nostra.
L’interrogatorio e il silenzio: la strategia di Iacolino di fronte ai pm
Oggi, 13 marzo, per Iacolino è arrivato il momento di confrontarsi con i pubblici ministeri. Convocato a Palermo, l’ormai ex direttore generale – sospeso dalla giunta Schifani e poi dimessosi dopo appena qualche giorno dalla nomina al Policlinico – si è presentato davanti ai magistrati. La sua linea difensiva, come ampiamente preannunciato, potrebbe passare attraverso la scelta di avvalersi della facoltà di non rispondere, una legittima opzione che lascerebbe però il quadro accusatorio privo, al momento, della sua versione dei fatti. Un silenzio che, se confermato, si andrebbe ad aggiungere a quello già opposto al gip dal boss Vetro e da Giancarlo Teresi, l’altro dirigente regionale finito in carcere con l’accusa di aver intascato tangenti per favorire gli affari del clan.
La posizione di Iacolino, nell’economia dell’inchiesta, appare centrale non solo per il presunto ruolo di intermediario con la Protezione civile. Gli investigatori, nelle loro carte, dipingono un personaggio che avrebbe messo la sua lunga esperienza nelle stanze dei bottoni – compreso il periodo da europarlamentare del Pdl – a completa disposizione del boss di Favara. Lo avrebbe fatto sollecitando vertici amministrativi su pratiche indicate da Vetro, omettendo di segnalare le pregresse condanne del suo interlocutore e, secondo l’accusa, ricevendo in cambio finanziamenti per le sue campagne elettorali e promesse di assunzioni per uomini a lui vicini.
Il nodo degli appalti e la “vittima eccellente”: il Policlinico di Messina
A pagare le conseguenze più immediate di questo terremoto giudiziario, al netto degli sviluppi processuali, è stata un’istituzione. Il Policlinico di Messina si è ritrovato di nuovo senza un direttore generale dopo appena qualche giorno dalla nomina di Iacolino, una figura che aveva appena avuto il tempo di presiedere una breve riunione informale di presentazione. Una bufera che ha travolto un’azienda ospedaliera universitaria, proiettandola in una condizione di precarietà ai suoi vertici. La nomina, arrivata dopo la revoca dell’incarico al dipartimento Pianificazione strategica – avvenuta a gennaio anche per le pressioni di Fratelli d’Italia – era stata interpretata da più parti come una sorta di “compensazione” per Iacolino, un modo per non lasciarlo a terra. Un trasferimento che, alla luce dei fatti, non lo ha allontanato dai riflettori della magistratura, anzi.
Mazzette e proroghe: il sistema Teresi e la gestione “familiare” degli uffici
Se Iacolino rappresenta il volto dell’alto burocrate amico dei boss, l’inchiesta restituisce anche il ritratto di un altro dirigente regionale, Giancarlo Teresi, la cui carriera sembra essersi sviluppata all’insegna di una singolare immunità. Nonostante fosse sotto processo per corruzione da sei anni, Teresi non solo è rimasto al suo posto al dipartimento Infrastrutture, ma è stato addirittura trattenuto in servizio oltre i limiti di età. Le intercettazioni, riportate dagli organi di stampa, raccontano di dirigenti che lo sollecitano a restare: «Fai la domanda per un anno? Ma perché mettere il limite a un anno... io ti direi di farla fino a settanta anni». Un clima di sostanziale impunità, quello fotografato nelle carte, in cui le sponsorizzazioni per l’impresa di Vetro – nel settore delle bonifiche e dei dragaggi portuali – venivano ripagate con mazzette che le microspie hanno immortalato mentre venivano infilate in una cartellina. Un sistema, insomma, dove l’interesse privato e la gestione della cosa pubblica si sovrapponevano senza soluzione di continuità, e dove un boss come Vetro poteva legittimamente sperare di mettere le mani sui soldi del ciclone Harry, forte di protezioni che arrivavano dritte dritte dagli uffici regionali.




